domenica 13 novembre 2016

Altri cenni su MORRO D’ALBA

Nel Palazzo della Residenza Comunale di Morro d'Alba, costruito nel Settecento, ampliato e modificato all'inizio del Novecento, sono oggi conservate varie opere, tra cui una pala d'altare di Claudio Ridolfi, pittore di origine veneta, ma attivo soprattutto nelle Marche, raffigurante "L'Incoronazione della Vergine e Santi" e una tela del XVII secolo raffigurante San Michele Arcangelo, un tempo tutte collocate all'interno di chiesette locali. Anche nella Chiesa Parrocchiale di San Gaudenzio, situata all'interno della cinta muraria e ultimata negli anni '70 del Settecento, sono conservate alcune interessanti opere; tra queste una "Crocifissione con Santi" di Ercole Ramazzani (1596) e una tela del romano Silvio Galimberti (1922) in cui San Michele Arcangelo, protettore del paese, in posizione centrale con, ai lati, San Rocco, San Francesco, San Filippo e San Maurizio.
Quella della SS. Annunziata, oggi non più officiata, è stata eretta nel 1670 e conosciuta anche col nome di Santa Teleucania. Una accurata ristrutturazione, completata nel 1997, ha destinato la sala superiore, un tempo dedicata al culto, ad auditorium e sala congressi, mentre i sotterranei sono stati riadattati per ospitare mostre ed esposizioni.
Da non perdere, a Morro d'Alba, anche il Museo "Utensilia", ora situato nei sotterranei del

Castello. Questo museo della cultura mezzadrile ospita in otto sale una raccolta ragionata di oggetti di lavoro tradizionali, testimoni dell'autosufficienza della civiltà contadina. Aratri, telai, vagli, carri, botti, scale, falci, torchi e altri strumenti venivano costruiti nelle lunghe sere invernali dalle famiglie contadine, che ricorrevano all'aiuto del fabbro per le sole parti metalliche.
LE ARCHITETTTURE RELIGIONE A MORRO D’ALBA
Parrocchiale di San Gaudenzio
La chiesa principale, che reca la data 1763 iscritta sul portale, sorge quasi a ridosso delle mura castellane ed è lambita dal camminamento detto “la Scarpa”.
Il grande edificio è l’elemento architettonico più importante del nucleo fortificato: un bell’esempio di architettura religiosa marchigiana della seconda metà del Settecento e definisce in modo significativo, contrapposta al Palazzo Comunale, la piazza interna del castello.
L’interno è a croce latina con un’unica navata, nel transetto e nelle cappelle laterali si trovano altari tutti diversi, riccamente decorati con colonne, stucchi, pitture e statue; nell’abside, in una nicchia coronata da stucchi e dorature, trova posto un trono ligneo dorato con l’immagine della “Madonna del Soccorso” (inizio XVIII sec.).
Sulla parete di fondo, al disopra dell’ingresso, si trova il ballatoio con parapetto modanato in legno dipinto su cui troneggia un bellissimo organo di fine XVIII secolo.
Fra le opere presenti, si può ammirare, nel primo altare di destra, una tela firmata dall’artista arceviese Ercole Ramazzani “Crocifissione con Santi” (1596).
Nell’altare del transetto destro, sopra una nicchia con Crocifisso, è presente una tela mobile di Silvio Galimberti, importante pittore romano: “San Michele Arcangelo” fra altri Santi (1922).
Sotto lo stesso altare è stata collocata, nel 1985 (dopo la ristrutturazione della chiesa della SS. Annunziata), l’urna contenente il corpo di “Santa Teleucania” (sec. XIX), l’epigrafe tombale in marmo e il paliotto che nascondeva il corpo nell’altare della chiesa precedente.
Altre opere presenti: “San Gaudenzio” e “Ultima Cena”, due tele di ignoti artisti locali (sec. XVIII) e due pale del già citato S. Galimberti: un “Sacro Cuore di Gesù” (1918) e una “Immacolata Concezione” (1922 circa) fra San Gabriele dell’Addolorata, San Luigi Gonzaga e San Tarcisio.
Presso il Fonte Battesimale: “Battesimo di Gesù” (1940), copia della celebre opera di Andrea “Verrocchio” con la collaborazione di suoi allievi, fra cui Leonardo da Vinci, eseguita da Ciro Pavisa da Mombaroccio.

Auditorium SS. Annunziata
Della Chiesa della SS. Annunziata, edificata all’esterno della cinta muraria, non si conosce la data esatta della sua edificazione, ma era sicuramente ultimata il 4 maggio 1670 quando vi venne celebrata la prima messa. Nell’ultimo periodo è stata meglio conosciuta come Chiesa di “Santa Teleucania” dopo che, dal 1836, custodì il corpo della Santa che divenne oggetto di culto e che veniva esposto ai fedeli solo in occasione della sua festa (4 settembre).
Scemato il fervore mistico, inutilizzata e caduta ormai in degrado, nel 1997 il Comune, proprietario dell’immobile, dopo la sconsacrazione ha inteso promuovere il riuso del complesso, finalizzandolo ad un utilizzo socio-culturale per convegni, concerti e mostre. In particolare, l’ambiente in precedenza dedicato al culto è stato adibito ad Auditorium-Sala Congressi, mentre i locali sottostanti sono stati allestiti come Centro Espositivo.

Al suo interno è esposta la pala raffigurante l’“Annunciazione” con San Giuseppe e Sant’Antonio da Padova (sec. XVIII) e altre due tele: “Visitazione” (sec. XVII) e “San Giovanni Battista e Sant’Antonio” (sec. XVIII), tutte opere di autori ignoti.
MORRO D’ALBA
A 10 km dal mare Adriatico, sulla linea di colline tra Senigallia e Jesi, Morro d'Alba domina la campagna circostante.
Morro d'Alba ha origini lontanissime.
La sua esistenza storica è accertata intorno all'anno Mille, quando compare come "Curtis" in un atto imperiale di Federico I. Ma le sue campagne, le zone dell'attuale territorio comunale, risultavano già abitate in epoca romana. Ad attestarlo è un medaglione aureo che riporta la scritta ricostruita "Theodoricus pius princeps invictus semper", rinvenuto in una tomba a Sant'Amico, nelle vicinanze del paese e oggi conservato presso il Museo delle Terme di Roma. Il toponimo sembra ricordare la "mora" o cippo di confine sull'"alba" o colle, che segnava la separazione tra i comitato medievali di Jesi e di Senigallia.
Compare invece come "Castrum" in un altro atto del 1213, quando Senigallia è costretta a cedere Morro d'Alba al vicino comune di Jesi. Entrerà così a far parte del contado della "Respublica Aesina", e ne seguirà tutte le sorti storiche. Nel 1326, Morro d'Alba viene assediata dalle milizie di Fabriano, e nel 1365 le mura devono essere ricostruite, forse a causa dei danni subiti da una incursione dei banditi della "Compagnia Maledicta" di FraMoriale. Nel 1481 subisce diverse incursioni degli Anconetani.
Soltanto nel 1808, con il Regno Napoleonico, viene definitivamente sottratta al comune di Jesi; è poi nel 1860, con l'unità d'Italia, che Morro d'Alba entra a far parte della provincia di Ancona. Proprio questo avvenimento comportò, nel 1862, l'aggiunta del termine Alba al nome del paese, per evitare delle confusioni con altre località del Regno.
è un piccolo paese dalle origini molto antiche situato tra Senigallia e Jesi a 200 metri sul livello del mare. Conserva molte testimonianze del passato e vanta un primato: è infatti l'unico borgo italiano fortificato ad avere una camminamento di ronda, la Scarpa, lungo tutte le mura, coperto e fiancheggiato da arcate.
La cinta muraria di Morro d'Alba, di andamento irregolarmente pentagonale con sei bastioni, è il risultato di una serie di diverse ristrutturazioni databili tra il XIII e il XV secolo. Nel corso dei secoli gli abitanti del paese hanno scavato un complesso labirinto di grotte, collegate tra loro da gallerie, che costituiscono una sorta di seconda città sotterranea. Le grotte erano utilizzate in passato soprattutto per la conservazione dei cibi, ma all'occorrenza potevano servire come estremo rifugio dalle incursioni nemiche.

I siti turistici di maggior interesse sono: il Palazzo Comunale, che custodisce la  pinacoteca con varie opere tra cui una pala d'altare del veneto Claudio Ridolfi raffigurante "L'incoronazione della Vergine e Santi"; la Chiesa della SS. Annunziata (oggi Auditorium), la Parrocchiale di San Gaudenzio, bell’esempio di architettura religiosa marchigiana della seconda metà del Settecento, il museo “Utensilia”, allestito nei suggestivi sotterranei del castello, sotto “la Scarpa”, che raccoglie una nutrita selezione di utensili e attrezzi agricoli e documenta  lo stile di vita e la cultura dei mezzadri marchigiani. Il più famoso prodotto di Morro d'Alba  è il Lacrima di Morro d'Alba, vino DOC, ottenuto dal vitigno autoctono lacrima e conosciuto già al tempo dei romani. Deve il suo nome alla particolare goccia (chiamata appunto lacrima) che fuoriesce dal grappolo d’uva quando essa giunge a maturazione. Le principali manifestazioni che hanno luogo a Morro d'Alba nel corso dell'anno sono: la " Sagra del vino Lacrima" , che si tiene ogni primo fine settimana di maggio, il "Cantamaggio", il canto rituale di questua che celebra l'avvento della primavera e della nuova stagione agricola (ogni terzo fine settimana di maggio) e la "Festa del Lacrima di Morro d'Alba e del tartufo di Acqualagna", che si svolge ogni terzo fine settimana di ottobre.

sabato 12 novembre 2016

IL CASTELLO DI MORRO D’ALBA

La cinta muraria di Morro d'Alba, di andamento irregolarmente pentagonale con sei bastioni, è il risultato di una serie di diverse ristrutturazioni databili tra il XIII e il XV secolo ed è tuttora in buono stato conservativo.
Nella seconda metà del Cinquecento, ma anche con casi precedenti, le autorità autorizzarono la costruzione di abitazioni sopra le mura, dando così origine alla cosiddetta "Scarpa", esempio unico in Italia di camminamento di ronda completamente coperto, fiancheggiato da arcate, che corre lungo tutto lo sviluppo della cinta fortificata.
Il vecchio borgo era difeso da pezzi di artiglieria del XIV XV secolo, tra cui una possente bombarda oggi conservata nel Museo Storico Nazionale di Artiglieria di Torino.
Subito dopo l'Unità d'Italia, una Commissione militare Archeologica venne a prelevare il prezioso cimelio e, come risarcimento, il Comune ricevette dal Re Vittorio Emanuele II il "Compiano", altro bellissimo pezzo di artiglieria da montagna ora conservato nei locali del Museo "Utensilia". Nel corso dei secoli gli abitanti del paese hanno scavato un complesso labirinto di grotte, collegate tra loro da gallerie, che costituiscono una sorta di seconda città sotterranea. Le grotte erano utilizzate in passato soprattutto per la conservazione dei cibi, ma all'occorrenza potevano servire come estremo rifugio dalle incursioni nemiche. Alcuni di questi sotterranei sono tutt'oggi visitabili all'interno del Museo o su concessione dei proprietari.


Il VINO MORRO D’ALBA:
Storia del vino “Lacrima di Morro d'Alba”
Il riconoscimento della Lacrima di Morro d’Alba come denominazione di origine controllata è stata definita nel 1985, potendo così e consolidare la sua importanza. La tradizione e l’orgoglio di alcune cantine del territorio di Morro d’Alba, tutti i ceppi di vitis vinifera coltivati con vitigno Lacrima sarebbero stati espiantati a favore di altri. Il Vino è conosciuto da tempi remoti : la prima citazione storica riguardante i vini di Morro d’Alba l’abbiamo grazie a Federico Barbarossa, che già nel 1167, durante l’assedio di Ancona, scelse le mura di Morro d’Alba come dimora e riparo. Gli abitanti furono costretti a cedere all’imperatore le cose più buone e prelibate, tra cui il famoso succo d’uva di Morro d’Alba.

Il vitigno
La Denominazione di origine controllata del vino Lacrima di Morro d’Alba, per essere tale, deve essere composta dal vitigno lacrima per almeno l’85% con l’aggiunta di Montepulciano e/o Verdicchio nella misura del 15% massimo.

Le zone di produzione
Originariamente comprendeva solo il comune di Morro d’Alba in Provincia di Ancona. Ora la zona è stata estesa anche a comuni limitrofi come Belvedere Ostrense, Monte San Vito, Ostra, San Marcello e Senigallia (con esclusione dei fondi valle che si affacciano sul Mare Adriatico), tutti comunque in Provincia di Ancona.

Proprietà Organolettiche
Il vino Lacrima di Morro d’Alba si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino intenso assieme a notevoli ed evidenti sfumature violacee. Il vino può essere immesso sul mercato già dopo la metà di dicembre, e dunque consumato per le festività natalize, così questo vino giovane fa notare un delicato e caratteristico profumo vinoso, di cantina in fermentazione. Con l’invecchiamento i toni passano invece ad un fruttato-floreale di fragola, ciliegino, more di rovo, mirtilli, viola e violetta. La struttura è abbastanza corposa e dal gusto asciutto, con un tannino evidente ma mai spigoloso e pungente. È interessante far notare come solo pochissimo produttori di Lacrima di Morro d’Alba seguano, per la maturazione del vino, la strada dell’affinamento in barriques.

Abbinamenti Consigliati
La Lacrima di Morro d’Alba è un vino tipico delle Marche che si accompagna molto bene con prodotti tipici marchigiani il salame lardellato di Fabriano, salame ciavuscolo, primi piatti al ragù con animali di basso cortile e piatti a base di carni bianche. Contrariamente a una tendenza diffusa, possiamo accostarlo anche ad alcuni antipasti marinati a base di pesce azzurro per esempio o ad alcuni tipi di brodetto di pesce all’anconitana. Alcune varianti di questo vino rientrano nelle tipologie di vino-frizzante e vino-amabile e sono consigliati da gustare a fine pasto.

Come degustarla
La temperatura di servizio del vino Lacrima di Morro d’Alba è di 16-18°C. I calici devono essere a ballon, non troppo importanti perché il vino non necessita di lunghi affinamenti prima di essere consumato.

Il vino "Lacrima di Morro d'Alba, riconosciuto a denominazione di origine controllata nel 1985, è conosciuto sin dai tempi remoti. Sembra se ne parli in alcuni scritti risalenti all'epoca dell'antica Roma. Narra la leggenda che nel 1167 Federico Barbarossa lo poté apprezzare allorché , posto l'assedio alla città di Ancona, scelse come propria dimora il Castello di Morro d'Alba.
ZONA DI PRODUZIONE
Ricade nella Provincia di Ancona e comprende l'intero territorio comunale di Morro d'Alba, Monte San Vito, San Marcello, Belvedere Ostrense, Ostra e Senigallia, con l'esclusione dei fondi valle e dei versanti delle colline del Comune di Senigallia prospicenti il mare. Le superfici certificate a DOC sono passate dai 7 ha. nell'anno di concessione della denominazione agli attuali 206 (dato 2005).
VITIGNO
Questo vino si ottiene da un vitigno autoctono antico, il Lacrima, che veniva tradizionalmente maritato all'olmo e all'acero e si coltivava nelle ricche alberate che caratterizzavano le colline del territorio di produzione.
Soltanto agli inizi degli anni ottanta alcuni produttori, convinti dell'opportunità di far conoscere il prodotto e di valorizzarlo, sostenuti dalla pubblica amministrazione, sono riusciti a ridare nuovo lustro a questo vitigno.
Il nome Lacrima deriva dal fatto che la buccia dell'uva, quando arriva al punto di maturazione, si fende, lasciando gocciolare, lacrimare, il succo contenuto. La buccia dell'uva Lacrima ha tuttavia uno spessore notevole, il che, in fase di macerazione, fa sì che la cessione di antociani, tannini e sostanze coloranti, sia enorme.
Il vitigno lacrima, in misura non inferiore all'85%, viene vinificato in presenza oppure con l'aggiunta di uve prodotte da altri vitigni a bacca nera, non aromatizzati, idonei alla coltivazione nella regione Marche, fino ad un massimo del 15% del totale.
Produzione massima per ettaro: 130 q.li per il prodotto base e passito; 100 q.li per il superiore
Resa massima dell'uva in vino: 70% (per la base e il superiore); 45% (per il passito)
Il vitigno Lacrima è estremamente versatile: si adatta bene alla vinificazione classica per la produzione di normali vini da pasto, va benissimo in macerazione carbonica per ottenere un novello con fragranze sopra la media ed è stupendo per la vinificazione
CARATTERISTICHE ORGANOLETTICHE
Alla vista: colore rosso rubino carico con riflessi violacei.
All'olfatto: profumo gradevole intenso abbastanza persistente, ampio, fruttato con riconoscimenti di frutta /ciliegia e prugna) e di fiori (rosa appassita e viola mammola).
Al gusto: asciutto, leggermente tannico, leggero di corpo abbastanza equilibrato.
Gradazione minima al consumo: 11^
Acidità totale: 4,5 per mille
PRODUZIONE
Vengono prodotti tre tipologie di vino:
- base (vendita consentita dopo il 15 dicembre dell'anno di vendemmia)
- superiore (gradazione minima 12^ - vendita consentita dopo il 1^ settembre dell'anno successivo alla vendemmia)
- passito (gradazione minima 15^ - vendita consentita dopo il 1^ dicembre dell'anno successivo alla vendemmia)
 ETA' OTTIMALE E SERVIZIO
Vino da bere giovane ma anche maturo, può essere affinato in bottiglia. Veste rubino quando giovane fino al granato nei lunghi affinamenti. Entra con il caratteristico aroma floreale, con sensazioni di viola, rosa, corbezzolo, erica e mirtillo accompagnato da una bellissima frutta rossa. Da servire in calice di media ampiezza a tendenza sferica, incolore, liscio ed a stelo  lungo.
Nelle versioni affinate meglio lasciar decantare per almeno mezz’ora; temperatura di servizio dai 14 ai 18°C.
Consorzio di Tutela della Lacrima di Morro d'Alba doc
Il Consorzio di Tutela della Lacrima di Morro d'Alba doc si è costituito nel 1993, secondo le norme previste dalle legge N.164/92 che regola la materia vitivinicola a livello nazionale. Ne fanno parte produttori di uve e di vino Lacrima di Morro d'Alba oltre che imbottigliatori operanti nel territorio di produzione.
Tra gli scopi e le finalità del consorzio ci sono il controllo, la tutela e la valorizzazione della produzione e commercializzazione della DOC, oltre che la promozione della sua conoscenza e diffusione.

Questo vino ed il suo vitigno omonimo, che rischiavano la sparizione a causa di una dissennata "politica degli espianti", sono stati salvati da alcuni intenditori lungimiranti che ne hanno ottenuto la doc . Oggi la sua limitata produzione è ricercatissima.
LA PASTA CASTELLINO DELLA RALO’
Un altro esempio di azienda che crede e vuole investire sul proprio territorio senza essere oggetto di campagna acquisti da parte dei grossi gruppi stranieri. Con la tenacia che l’ha sempre contraddistinta, la Ralò di San Severino Marche – con il marchio Castellino – cerca ancora una volta di consolidare il suo posizionamento sui mercati nazionali e internazionali.
Tutti in tavola, arriva la “Pasta Castellino”! A maggio – col debutto ufficiale al “Cibus” di Parma – il gruppo agroalimentare marchigiano della “Ralò”, da quarant’anni impegnato nella produzione di olive e verdure, ha lanciato due nuovi prodotti sul mercato: una pasta di semola di grano duro, leggermente essiccata e una pasta all’uovo ripiena semi-fresca. Le confezioni, pronte ad arricchire i nostri menu, usciranno dal pastificio di Matelica (ex “Mediterranea”) che l’azienda settempedana ha acquisito e ammodernato con un forte investimento. Lo stabilimento (oltre 11 mila metri quadrati) presenta oggi moderne linee automatizzate, segue nuovi concetti produttivi e può garantire al consumatore una linea di prodotti di alta qualità, totalmente “Made in Italy”.
Come detto, due sono le linee di produzione.
La prima è dedicata a una pasta di semola di grano duro, che si presenta sul mercato con il brand “Pasta Castellino”. Essa si distingue da tutte le altre tipologie di pasta in commercio poiché è una pasta fatta con un processo di lavorazione unico, originale e artigianale che, grazie a una brevissima essiccazione, rimane morbida al tatto e profuma di grano. È una pasta porosa perché trafilata al bronzo e ciò le permette di trattenere al meglio tutti i tipi di condimento.
La seconda linea di produzione, invece, riguarda la pasta all’uovo ripiena semi-fresca stabilizzata. Il prodotto si chiamerà “PastItaly”, avrà un’alta qualità grazie alle materie prime utilizzate e potrà essere conservata a lungo a temperatura ambiente, mantenendo intatte tutte le sue proprietà organolettiche. Il gruppo Ralò, sempre proiettato allo sviluppo e all’innovazione, punta molto sulle novità che la “Pasta Castellino” porta con sé sul mercato. Innanzi tutto la sua rapida cottura – dai 4 ai 6 minuti per averla “al dente”, come ben spiegato in etichetta – e poi la varietà dei metodi di cottura che vanno al di là di quelli tradizionali, come la cottura diretta nel forno a microonde e la cottura “risottata” in padella. Inoltre, la nuova pasta ribattezzata, per l’appunto, “Profumo di grano” vanta un ampio assortimento: dalla semola di grano duro alla semola integrale; dalla farina di farro alla semola di grano duro antico Senatore Cappelli; fino alle linee aromatizzate della pasta agli spinaci, della pasta alla barbabietola oppure al peperoncino, ovvero al pomodoro o al nero di seppia. Infine, la conservazione: la “Pasta Castellino” pur essendo un prodotto quasi fresco, può stare a temperatura ambiente per un lungo periodo, grazie a uno speciale packaging, peraltro molto accattivante, innovativo e tecnologicamente avanzato.
L'azienda può garantire al consumatore una linea di prodotti di alta qualità, totalmente Made in Italy, che si presenta sul mercato con il brand "Pasta Castellino".

Questa pasta si distingue da tutte le altre tipologie di pasta in commercio poiché è il frutto di un processo di lavorazione unico, originale ed artigianale che, grazie ad una brevissima essiccazione, rimane morbida al tatto e profumata di grano. E'una pasta porosa perché trafilata al bronzo e questo le permette di trattenere al meglio tutti i tipi di condimento.
Caratteristiche della "Pasta Castellino":
Rapidità di cottura: dai 4 ai 6 minuti per averla "al dente"
Varietà dei metodi di cottura: dalla cottura tradizionale alla cottura diretta in microonde alla cottura risottata in padella
Ampio assortimento: semola di grano duro, semola integrale, farina di farro, semola di grano duro antico Senatore Cappelli, linee arricchite con verdure genuine e spezie (spinaci, barbabietola, peperoncino, pomodoro, nero di seppia). Disponibile in 45 gusti diversi.
Conservazione: pur essendo un prodotto quasi fresco, può stare a temperatura ambiente per un lungo periodo grazie ad uno speciale packaging, innovativo, tecnologicamente avanzato ed oltretutto accattivante.

Formato: confezioni da 250 grammi.
L’enogastronomia a Matelica
Cucina
Oltre alle specialità tipiche marchigiane, ricordiamo le tagliatelle fatte in casa al sugo di papera, gli strozzapreti, grosse tagliatelle fatte senza uova, la panzanella, pane bagnato con acqua, sale, pepe, olio, aceto e prezzemolo, la pulenta e, naturalmente, i vincisgrassi. Tra i secondi, tradizionale è la grigliata di carne, oltre alle varie preparazioni di pesce; tra i contorni, particolari sono i ròscani, verdure filiformi amarognole (barba di frate). Tra i dolci, da ricordare sono la frusténga, bassa torta di cereali con fichi, mele, noci, alchermes e rum, la crescia fojata, uno strudel ripieno di frutta e noci, e la pizza di Pasqua, una specie di panettone con aromi particolari, mangiato sotto il periodo dell'omonima festività.
In questa singolare vallata, compresa tra il Monte San Vicino ad est, lacatena dei Monti Sibillini a sud, caratterizzata dalle bizzarrie delFiume Esino, si estende la zona di produzione del Verdicchio DOC di Matelica. L’ottima esposizione dei vigneti, la costante ventilazione, la luminosità ed il calore contribuiscono a costruire un ambiente ottimale per il ciclo vegetativo della vite. La sapiente opera dei produttori, mirata all’esaltazione della “tipicità”, unitamente all’uso delle più moderne tecnologie di vini.cazione, hanno portato il Verdicchio di Matelica ai livelli più alti dell’enologia nazionale.
La particolare morfologia del territorio ha sempre offerto un habitat adatto all’allevamento degli animali ed anche oggi non è casuale vedere al pascolo i bovini della pregiata razza Marchigiana, o gliovini della “razza fabrianese”. Un discorso a parte meritano i suini. Il turista non deve perdere l’occasione di assaggiare il “Ciauscolo”, la nutella dei salami, ovvero un gustosissimo salume da spalmare, oppure il salame “Lardellato”, la “Coppa”, la “Lonza” ed il “Salame di fegato”.
Matelica è anche Città del miele. Il nostro miele viene raccolto nell’Alta Valle dell’Esino tra colline, campi, boschi e corsi d’acqua in un habitat ancora incontaminato; particolare è il miele millefiori e quelli mono.oreali. La vera caratteristica del territorio viene espressa dalla “Melata di Quercia”, un miele amaro molto apprezzato. Al ristorante potrete trovare molti piatti della tradizione contadina; tra i primi piatti spiccano i “Vincisgrassi” e le “Tagliatelle della trebbiatura”.
Tra i secondi piatti, oltre il “coniglio in porchetta” e “pollo in potacchio”, la classica “coratella d’agnello”. Per quanto riguarda i dolci , “la crescia fojata”,uno strudel ricco di noci, uva secca,fichi secchi e mele; “la frustenga”, tra i cui ingredienti annovera la dolcissima “sapa”, mosto d’uva condensato ed infine la bianca, friabilissima e leggerissima “ciambella di Pasqua”.
Il turista che ama scoprire ed assaporare i prodotti tipici ed i vini delterritorio, non può non visitare l’Enoteca Comunale, situata in quella cheuna volta era la cosiddetta “Loggia del Pesce” . Aperta al pubblico tutti i giorni (tranne il lunedì), è a disposizione per degustazioni, acquisti ed informazioni. Annesso all’Enoteca è il Centro Italiano d’Analisi Sensoriale, nel quale, grazie all’utilizzo delle tecnologie più avanzate e al lavoro di personale quali.cato, si eseguono test di determinazione qualitativa e di tipicità territoriale su vini e prodotti alimentari.
Piatti tipici Matelica
 Brodetto all'anconetana
Pulite e lavate bene il pesce, imbiondire una cipolla tagliata, aggiungere un battuto d'aglio e prezzemolo, lo scorfano e i pomodori a fette, salate e pepate. Quando la zuppa bollirà unite l'aceto e cuocete per 15', poi versate la zuppa su fette di pane disposte in una zuppiera.
 Ciambelle di Pasqua
Impastare uova, zucchero, olio, limone grattugiato e farina, mettere il mistrà, dividere l'impasto e date la forma di ciambella. Lessare le ciambelle in acqua bollente, poi scolatele su un canovaccio. Infornarle per 40' a 180 gradi, qui lieviteranno, assumendo un caldo colore biscotto
 Coniglio in porchetta
Disossare, pulire e marinare il coniglio; sgocciolatelo, lavatelo, asciugatelo. Tritate salvia, rosmarino, finocchietto e aglio, distribuitene metà sul coniglio, spolverizzate con pepe, adagiatevi il prosciutto e cospargetele con le erbe tritate. Arrotolate il coniglio, legatelo con lo spago; scaldate olio, burro, fatevi colorire il coniglio, evaporando con vino, aggiungere alloro, coprite e cuocete per 90'. Ritirare, raffreddare, eliminare lo spago, tagliare e servire.
Crescia sfogliata
Si impasta farina, uova, acqua, strutto, sale e pepe; ottenere una sfoglia unta con strutto non molto denso. Arrotolandola si ricava un lungo "bigolo", si lascia riposare, si schiaccia a forma di dischi. Cuocerli su pietra arroventate, togliendole non appena cominciano ad indorare.
Filetti d'orata con verdure e prosciutto
Tagliate a fiammifero il prosciutto e le verdure, rosolare il prosciutto in olio d'oliva, unire cipolle, zucchine, carote e porri, aggiungere acqua, sale, pepe e cuocere per 2'. Rosolare i filetti di orata già salati, girateli e finite la cottura: impattate il prosciutto con le verdure e disponetevi sopra i filetti di orata.
Funghi infornati
Pulite i funghi, tagliateli e metteteli in una pirofila. Mescolate un cucchiaino di rosmarino, il pangrattato, sale e pepe. Condite i funghi con l'olio e il composto. Cuocete in forno per 25'.
Lasagne all'ascolana
Rosolare e sfumare con vino, in olio e burro, carne macinata e interiora di pollo: preparate la pasta con farina, acqua e uova, fatela riposare, stendetela e tagliatela in tagliatelle; lessatele e scolatele. Stendetele in una teglia imburrata alternandole con la salsa preparata e formaggio grattugiato. Sopra versate tartufo grattato. Cuocere per 20'.
Pistingolo
Piatto della tradizione di Natale di Ancona, la ricetta prevede la cottura dello stoccafisso in un ricco soffritto con pomodori, acciughe, capperi e olive nere. Richiede 3 ore di ammollo, 3 ore di cottura, più il tempo per pulire lo stoccafisso,
Polpette di pesce
Sono croccanti polpettine aromatiche preparate con del buon merluzzo e arricchite con pane e con un trito di timo e prezzemolo. Sono piccole dimensioni e ottime da servire come antipasto, calde o tiepide, oppure nelle dimensioni di una classica polpetta da servire come secondo piatto.
Salsa di noci
Scottare e pelare i gherigli, pestarli in un mortaio con mollica inzuppata d'acqua e strizzata, pinoli, aglio e sale. Pestare e lavorare ottenendo una pasta omogenea, setacciarla e raccoglierla in una ciotola. Unirvi latte cagliato mescolato con olio e condire la pasta
Tajine di agnello

Pestare aglio e spezie; bollire carne, limoni canditi tagliati, olio e succo di limone, aggiungere aglio e spezie, cuocere per tre ore. Mezz'ora prima della fine della cottura, in un'altra pentola, versare olio d'oliva e dorare una cipolla, metterla sulla carne con le olive nere, finire la cottura e servire con riso.