domenica 30 ottobre 2016

LE PORTE DI FORLI’

Porta Schiavonia, l'unica ad essere sopravvissuta
Sebbene non ne sia rimasta traccia, è ovvio pensare che la Forlì dell'epoca romana fosse cinta da una cerchia difensiva e che fosse possibile accedere all'interno della città attraverso specifiche porte o quantomeno attraverso valichi sorvegliati. Non è possibile indagare sia l'evoluzione che la struttura della primitiva cerchia difensiva, così come non è possibile identificare il sistema difensivo nell'alto medioevo, se non ipotizzare, tramite i toponimi locali sopravvissuti, il percorso delle mura e la localizzazione delle porte medievali. Per citare un esempio, la tradizione tramanda il nome di porta Merlonia, vivente nel nome della via che da essa prese il nome, probabile porta della cerchia muraria altomedievale. È comunque necessario precisare che, con il passare delle epoche e a seconda delle esigenze del momento, era abbastanza comune aprire nuove porte e chiuderne altre, a seconda delle necessità. Così facendo di molte porte si è perso il ricordo, di altre rimane il toponimo e solo delle più importanti e delle più fortunate permane il nome, la descrizione o la struttura.
Secondo la Descriptio Romandiolae del cardinale Anglico de Grimoard nella città di Forlì sunt quatuor porte magistre, que custodiuntur: Ravaldini, Cudignorum, San Petri, Clavanie... Ma nella toponomastica antica di Forlì si comprendevano i nomi di altre porte che Francesco Ordelaffi fece abbattere o rinforzare: Porta Merlonia, Porta San Biagio (poi chiamata Santa Chiara e chiusa nel 1356 da Francesco Ordelaffi) e Porta della Rotta, tutte queste facenti parte dell'antico circuito difensivo romano. In epoca alto-medievale, con l'ampliamento della cinta muraria, vennero aperte nuove porte. Vengono tramandati i nomi di Porta Liviense, Porta di Santa Croce e Porta San Mercuriale.
Le porte che si aprivano ad occidente del ponte dei Morattini, in direzione Faenza, erano due: Porta Liviense (detta anche Valeriana), che sorgeva in fondo a via dei Battuti Verdi e attraverso la quale passava l'antica via Consolare, e Porta Schiavonia. La prima venne chiusa da Francesco Ordelaffi nel 1356 durante l'assedio dell'Albornoz e, in tale occasione, venne anche abbattuto il ponte che varcava il fiume Montone. Né la porta né il ponte furono mai più riaperti, così l'antico percorso della strada consolare fu dirottato in direzione di Porta Schiavonia.

Le porte più importanti, che hanno segnato la storia della città e sono legate alla cinta muraria eretta tra la metà del XV secolo e gli inizi del XVI sono quattro: Porta Schiavonia, Porta San Pietro, Porta Cotogni e Porta Ravaldino. Di queste, solo Porta Schiavonia è arrivata ai nostri giorni.

Porta San Pietro
Collocata sulla strada per Ravenna, sorgeva in fondo all'attuale Corso Giuseppe Mazzini, un tempo chiamato Borgo San Pietro. Presentava una vera e propria rocca fortificata e in questa furono tenuti prigionieri Caterina Sforza e i suoi figli dai congiurati che avevano assassinato Girolamo Riario.
La porta si apriva su uno dei contrafforti delle mura e la rocca, posta al suo fianco, rafforzava la sorveglianza sulla porta. La rocchetta, di cui si ignora la data di costruzione, era il baluardo del lato settentrionale della città e già nel XIV secolo la porta si ergeva con il nome derivante dalla vicina chiesa di San Pietro in Scottis, oggi scomparsa. Nel 1360 la porta fu parzialmente demolita dall'arrivo dell'Albornoz, mentre rimaneva attiva la rocchetta che ospitò Caterina Sforza nel 1488 dopo l'uccisione di Riario ordita dalla famiglia Orselli. Ulteriormente atterrata poi nel 1741,[33] rimase intatto solo il mastio della rocchetta. Si sa che nel 1764 la porta vera e propria era murata e l'ingresso avveniva direttamente attraverso un'apertura effettuata nella rocca che fungeva da porta civica. Nel 1862 gli ultimi avanzi della porta e la rocchetta furono demoliti per far posto alla nuova porta urbana, definita Barriera Mazzini, che l'ingegnere Callimaco Missirini, costruitala a spese del comune, disegnò in forme neoclassiche e che fu aperta al transito il 5 giugno 1864. Venne utilizzata come sala d'attesa per la tramvia che univa Ravenna a Meldola e, dal 1901, fu usata come ufficio postale. Questa porta fu completamente rasa al suolo nel primo bombardamento aereo subito dalla città nella seconda guerra mondiale il 19 maggio 1944[34] e non venne più ricostruita.

È importante notare come in tempi più antichi l'uscita in direzione di Ravenna avveniva tramite la Porta di Santa Chiara, di cui oggi rimane solo un piazzale ad essa dedicato.
Porta Cotogni
La porta sorgeva su quella che era chiamata Strada petrosa - poi Borgo Cotogni, più recentemente Corso Vittorio Emanuele e attualmente Corso della Repubblica - ed era a sorveglianza della strada in direzione di Cesena. Fino ai primi anni del XX secolo ospitava la porta daziaria, per poi essere sostituita, durante il Ventennio, dagli edifici gemelli Bazzani e Benini.
Le cronache ricordano come spesso le parate e i solenni ingressi in città avvenivano per porta Cotogni; fra questi l'ingresso di Giulio II e dei Riario. Fino al 1825 presso la porta era collocato il busto del cardinale Stefano Augustini, ora collocato presso la pinacoteca.
La Barriera e gli annessi fabbricati vennero costruiti su disegno dell'architetto Giacomo Santarelli nel 1825, in seguito alla demolizione dell'antica Porta Cotogni, ed assunse il nome di Barriera Vittorio Emanuele con funzione di porta daziaria.
Nel 1906, con l'avvio degli scavi per la costruzione degli impianti dell'acquedotto, vennero scoperti i resti e le fondamenta del torrione e delle aree vicine fortificate.

Porta Ravaldino
Era la porta che si apriva in direzione di San Martino in Strada e, da lì, verso Firenze. La porta si trovava alla fine dell'attuale Corso Diaz, ma fino al '300 la cinta muraria era più arretrata e quindi la porta si trovava circa a metà dell'attuale corso e si chiamava Porta Merlonia. Tra Ottocento e Novecento ebbe anche il nome di Barriera Aurelio Saffi.
Al termine di corso Diaz, sul lato sinistro, sorgeva una rocca, detta Rocca Vecchia, perché in seguito demolita ad eccezione di un torrione che sopravvisse fino al '600. È probabile che fosse chiamato anche Ravaldino, da cui il nome della porta e della rocca, che tuttora esiste, e che si chiama Rocca di Ravaldino. Fonti diverse[35] affermano che il nome deriverebbe dal castello che sorgeva nell'attuale frazione di Ravaldino in Monte, a circa 10 km dalla città.
Secondo la cronaca del Novacula la porta fu edificata nel 1494 per volere di Caterina Sforza che investì il consiglio degli anziani dell'esecuzione dell'opera. La costruzione della porta, con la tracciatura di un fosso che giungeva fino alla Torre dei quadri, si rese necessaria in occasione del campo posto dai francesi presso San Martino ed in altre frazioni vicine.

La porta fu poi lasciata andare in disuso e, non più soggetta a manutenzione, cominciò a crollare. Nel terremoto del 1870 subì ulteriori danni e, diventata pericolante nonché pericolosa, se ne decise l'atterramento della parte centrale. Vennero lasciati in piedi i fabbricati necessari a mantenere attivi gli uffici daziari, sostituiti dalla nuova barriera, chiamata Barriera Saffi, edificata nel 1874 su disegno dell'ingegnere Gustavo Guerrini.
A cavallo poi degli anni trenta, fu demolita anche la barriera per sistemare il palazzo secondo le linee del piano regolatore che prevedevano un ampliamento della città oltre i confini della vecchia cinta.
Porta Schiavonia prima del 1903. La fotografia risale a prima di quell'anno perché la città è ancora cinta dalle sue mura che furono abbattute nel 1903
Porta Schiavonia

Unica porta sopravvissuta al tempo sorvegliava la strada in direzione di Faenza. In passato era affiancata da torrioni che la proteggevano. È probabile che sorga sul luogo dove anche l'antica città romana apriva la propria strada in direzione di Faenza, anche se è stata più volte rimaneggiata e riedificata. L'attuale struttura risale al 1743 anche se nei primi del Novecento ne sono state abbattute alcune strutture come l'androne retrostante.
I MONUMENTI DI FORLI’

Il Palazzo delle Poste e dei Telegrafi di Forlì è ubicato in Piazza Aurelio Saffi, sulla quale risulta prospiciente il prospetto principale, lateralmente confina con il Corso Giuseppe Mazzini e con la Piazzetta Don Pippo (già Piazzetta della Posta), mentre il prospetto posteriore si affaccia sulla Via Guido Bonatti. La Carta della Tutela Monumentale del Comune di Forlì classifica il fabbricato in questione con tutela monumentale di tipo “ipso jure”. Il Piano Regolatore vigente inserisce l'edificio in Zona A - Centro Storico. L'immobile, di proprietà della Poste Italiane S.p.A., risulta catastalmente identificato al N.C.E.U. del Comune di Forlì al Foglio 178, Mappali 114, 116 e 125.

Dopo l'unificazione del Regno d'Italia le Poste furono ospitate da Palazzo Pettini, sito in piazza del Duomo in alcuni locali di proprietà demaniale attigui a quelli occupati dagli uffici del Regio Genio Civile e, in seguito, presso alcuni ambienti ricavati al piano terra e al mezzanino del Palazzo dell'Intendenza di Finanza, ubicato in Piazza Maggiore (attuale Piazza Aurelio Saffi) all'angolo con Via Jacopo Allegretti (1885-1909); il primo Ufficio Telegrafico fu realizzato nel 1857 all'interno della torre civica e in seguito trovò collocazione provvisoria presso il Palazzo della Provincia, sito in via delle Torri e presso il Palazzo Rolli, ubicato in piazza Maggiore, per poi unificarsi al servizio postale nel 1889 presso la sede ricavata nel Palazzo dell'Intendenza di Finanza.
Nel 1909 i servizi postali e telegrafici si trasferirono in piazza XX Settembre. Successivamente, alla fine degli anni venti, constatata l'assoluta insufficienza dell'esistente edificio, il Ministero delle Comunicazioni predispose un progetto per l'ampliamento dei locali che risultò tuttavia inadeguato rispetto alle effettive esigenze rappresentate, in considerazione anche della prevista costituzione degli uffici della Direzione Provinciale delle Regie Poste. Si convenne pertanto di studiare la possibilità di ubicare altrove gli uffici, pur mantenendoli in zona centrale, realizzando un nuovo fabbricato.
Il palazzo delle Poste come appariva nel 1933. La scultura venne rimossa immediatamente per motivi estetici per essere collocata sopra un analogo edificio postale progettato dal Bazzani a Pescara
Alla fine di luglio 1930 il governo Mussolini dispose l'edificazione di vari uffici postali centrali, tra cui quello di Forlì. Il Ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano incaricò per il progetto e la direzione artistica dei lavori l'ingegnere architetto Cesare Bazzani (1873-1939), accademico d'Italia e noto progettista di numerosi edifici istituzionali, compresi diversi palazzi postali (Imperia, San Remo, Faenza, Ascoli Piceno, Macerata, Terni, Viterbo, Rieti, Pescara, Taranto, ecc.). Scartata la prima ipotesi di realizzare il fabbricato nell'area delle ex case Baratti in Corso Vittorio Emanuele (attuale Corso della Repubblica), presentando tale luogo un fronte troppo limitato per una razionale distribuzione dei servizi, si decise, probabilmente su indicazione dello stesso Capo del Governo, di erigere il palazzo sul lato nord della Piazza Saffi, in corrispondenza della cosiddetta “Isola Castellini”, previa la demolizione degli edifici esistenti.
Il bozzetto del nuovo Palazzo delle Poste e dei Telegrafi di Forlì, con il preventivo benestare del Duce, venne presentato dall'architetto Bazzani alle autorità locali ed alla cittadinanza in data 22/12/1930. Il relativo progetto fu redatto il 12/01/1931 ed approvato dal Ministro per le Comunicazioni Ciano con Decreto Ministeriale del 17/01/1931. La successiva variante, di cui al progetto in data 07/10/1931, fu approvata dal medesimo con Decreto Ministeriale del 20/10/1931. I decreti prefettizi del 20/02/1931 (occupazione temporanea) e del 18/11/1931 (occupazione permanente) disposero l'esproprio degli immobili di proprietà Pantoli, Rolli, Landini, Danesi e Monti. La convenzione stipulata il 31/10/1931, fra il Ministero ed il Municipio di Forlì, stabilì la partecipazione di quest'ultimo alle spese di costruzione del nuovo edificio postale, per l'importo di lire 700'000 e l'acquisizione gratuita di alcune aree, porzioni di piazze e strade, di proprietà del medesimo.
Nella primavera del 1931 fu disposto lo sgombero di tutti gli ambienti espropriati, per la gran parte affittati ad uso abitativo, il trasferimento di alcune attività commerciali presso i locali messi a disposizione al piano terreno dell'edificio del Monte di Pietà ed il pagamento di tutte le indennità di esproprio spettanti ai proprietari, nonché di una somma, a titolo di risarcimento, agli esercenti sfrattati. I lavori di demolizione degli edifici espropriati, appaltati in data 17/06/1931 all'Impresa Teofilo Raimondi e C. di Cesena, ebbero inizio nel luglio successivo e proseguirono per tutta l'estate. Nel settembre del 1931 fu definita l'esatta ubicazione del nuovo palazzo, prevedendone l'ulteriore arretramento rispetto alla linea dei fabbricati demoliti, in modo tale da allargare la prospettiva della piazza, ottenere un più ampio sbocco stradale lungo il Largo De Calboli ed una maggiore ampiezza visionale sulle facciate monumentali della chiesa romanica di San Mercuriale e del retrostante Palazzo Paolucci - De Calboli.
I lavori di costruzione del nuovo edificio postale, assegnati all'Impresa Ettore Benini di Forlì con contratto in data 29/08/1931, ebbero inizio nel novembre del 1931 ed ultimazione, per la gran parte, nell'Ottobre del 1932. La direzione dei lavori fu affidata alla Sezione Lavori di Bologna delle Ferrovie dello Stato, nella persona dell'ingegnere Presutti, per conto del capo sezione ingegnere Agazzi. Il palazzo venne inaugurato il 30/10/1932, alla presenza del Capo di Governo, nel periodo di ricorrenze legate al decennale della Marcia su Roma. Il costo dell'opera, per quanto riportato dai giornali dell'epoca, ammontò a lire 6'680'000, di cui lire 4'500'000 per lavori, lire 2'000'000 per espropriazioni e lire 180'000 per arredamenti. L'immobile fu assunto in carico nella consistenza patrimoniale della Amministrazione Postale e Telegrafica mediante verbale di consegna del 03/04/1933, redatto dalla Sezione Lavori di Bologna delle Ferrovie dello Stato. Da quella data, gli uffici della Direzione Provinciale ed i servizi postali e telegrafici iniziarono l'attività presso la nuova sede.
Il 25 agosto 1944, in occasione dei bombardamenti aerei che colpirono anche la città di Forlì, il palazzo fu seriamente danneggiato, con particolare riferimento alle strutture di copertura, al salone pubblico ed alle facciate prospicienti la Piazza Aurelio Saffi e la Piazzetta della Posta. Parte degli uffici venne trasferita, per un breve periodo, presso un immobile sito nella frazione di San Martino in Strada e, successivamente, presso alcuni locali della sede del Monte di Pietà, ubicata in Corso Giuseppe Garibaldi. I lavori di ricostruzione, curati dal Genio Civile, iniziarono nel 1946 protraendosi fino al 1950.
Da un esame della documentazione grafica, depositata presso l'Archivio di Stato di Terni e presso l'Archivio Storico delle Ferrovie, si è appreso che almeno tre furono le proposte redatte dall'architetto Bazzani per il nuovo Palazzo delle Poste. Il progetto selezionato fu poi rielaborato più volte apportandovi rilevanti modifiche dimensionali ed architettoniche. L'aggiunta di una campata laterale e l'ulteriore elevazione delle torri conferirono all'edificio l'imponenza celebrativa richiesta all'opera dello Stato, mentre la riduzione degli elementi decorativi ed artistici ne rafforzò il carattere della sobrietà, più confacente alla destinazione del palazzo. All'interno dell'edificio, il salone delle sportellerie, previsto originariamente di forma rettangolare, come il relativo velario, venne poi realizzato di forma semicircolare e sovrastato da una copertura a semicupola con lucernari multipli e lacunari in cemento armato. Ne conseguirono modifiche alle strutture, alla distribuzione dei locali adiacenti, alla tipologia della sportelleria ed alle finiture generali della sala. Il palazzo è in stile classico modernizzato, rientrando in quella serie di opere di transizione che accompagnarono il Bazzani verso una “forzata” evoluzione modernista, ancora più evidenziata dalla progettazione del vicino Palazzo degli Uffici Statali (1934-38). Per quanto concerne la tipologia, il progettista ripropose quella fissata nella seconda metà degli anni venti, caratterizzata da un doppio ordine con arco a tutto sesto e torrette d'angolo, in un contesto di rigide simmetrie, apportando le modifiche dettate dalle caratteristiche del luogo.

I prospetti sono contraddistinti dall'uso prevalente del laterizio arrotato a vista, come omaggio contestualistico al colore della piazza e della limitrofa chiesa di San Mercuriale, inframmezzato da fasce in travertino di Rapolano, quale espressione della tradizione edilizia romana e nazionale ed in pietra artificiale con finitura a graniglia o finto travertino.
Il fabbricato è costruito su di un impianto di forma rettangolare con corte centrale e composto da tre piani fuori terra (escluso il sottotetto e le torrette) ed un seminterrato. L'edificio è completamente isolato ed ha le dimensioni di 52x38 m circa, la corte ha le dimensioni di 34x15 m circa e l'altezza massima, riferita al piano di calpestio del seminterrato, è di 36 m circa. Il prospetto principale comprende, al piano rialzato, un profondo porticato a nove archi da cui si accede alle sale del pubblico ed allo scalone direzionale. Le colonne, provviste di nicchia ad arco ed occhio superiore, sono rivestite in travertino e cotto, le pareti interne sono rivestite in travertino, mentre la pavimentazione è realizzata a settori con marmi policromi a disegni geometrici, le rampe a gradini sono in granito e la volta è a stucchi. I rivestimenti dei paramenti d'angolo, rifiniti a bugna di diamante, sono anch'essi in travertino.
Due colonne ornamentali in granito rosa, su basamento in travertino, fiancheggiano sui due lati il portico e sorreggono l'aquila bronzea. Una fontana ornamentale, anch'essa in granito rosa e travertino, ideata dall'architetto Bazzani, doveva essere posata al centro della pedana salvagente antistante il palazzo, a completamento dell'opera. All'ultimo momento, in accordo col Comune, fu deciso di collocarla nel piazzale antistante la stazione ferroviaria, in asse col nuovo Viale Benito Mussolini (attuale Viale della Libertà), all'estremo opposto del Monumento ai Caduti ed alla Vittoria, progettato dal medesimo Bazzani. La fontana fu distrutta in occasione dei bombardamenti aerei del 1944. Nella parte superiore del palazzo, interamente rivestita in travertino ed in mattoni a vista, si aprono, in corrispondenza delle volte del porticato, nove grandi arcate, sotto ognuna delle quali sono state realizzate due finestre sovrapposte, di cui l'inferiore fornita di timpano e l'altra di arco. La finestra centrale è più vasta delle altre, completa di ampio balcone in granito e travertino, provvisto di portabandiera e sormontato da uno stemma marmoreo. Le nove campate sono ordinate da colonne in mattoni a vista che sorreggono il coronamento, evidenziato da una fascia in finto travertino, recante l'iscrizione “Palazzo delle Poste e dei Telegrafi”.

La facciata è delimitata superiormente da un cornicione, di discreto aggetto, costruito in calcestruzzo con finitura a graniglia. L'attico, realizzato in mattoni a vista con sovrastanti blocchi di travertino, fu maggiorato in fase successiva, contro il parere del Bazzani, allo scopo di nascondere la falda di copertura in coppi, che il progettista aveva volutamente reso visibile dalla piazza, in armonia con gli altri edifici affacciati sulla medesima.
Due torrette simmetriche, con arcate sui quattro lati, si ergono, leggermente arretrate, agli angoli del fabbricato. Le facciate delle torri, in laterizio a vista, ripropongono il motivo architettonico delle campate del porticato, con l'uso prevalente della pietra artificiale per gli ornati in luogo del travertino. La parte superiore è delimitata da un cornicione con base dentellata in finto travertino. Le facciate laterali ed il prospetto posteriore, quest'ultimo arricchito da un balcone centrale in granito e travertino, sono caratterizzate da un maggiore uso della pietra artificiale e risultano complessivamente più semplici.
Una delle due aquile in bronzo
Il Palazzo delle Poste e dei Telegrafi è ritenuto uno degli edifici forlivesi più ricchi, sotto il profilo figurativo e dell'alto artigianato artistico, nonostante le numerose perdite conseguenti agli eventi politici e bellici. Parecchi sono gli artisti che hanno operato nell'ambito della realizzazione del fabbricato: l'architetto e scultore Roberto de Cupis, gli scultori Bernardo Morescalchi, Ugo Savorana e Mario Miserocchi, lo stuccatore Francesco Moschini, il pittore Giovanni Marchini.
Osservando il prospetto principale del palazzo sono visibili diverse opere in travertino: due stemmi del Comune di Forlì posti sulle colonne d'angolo del portico, una testa alata raffigurante Mercurio, collocata in corrispondenza del concio di chiave dell'arcata centrale ed uno stemma sovrastante il balcone principale. Quest'ultimo in origine era posto fra due fasci littori e recava l'emblema sabaudo sormontato dalla corona reale. Due fasci littori, collocati originariamente al centro del paramento bugnato delle colonne d'angolo del portico, furono rimossi a seguito della caduta del regime. Due grandi fasci littori erano collocati in corrispondenza delle arcate anteriori delle torri all'inaugurazione del palazzo.
Due sculture bronzee, raffiguranti l'aquila romana, sormontano le colonne in travertino-granito poste lateralmente al palazzo. Tali sculture sostituirono dopo circa un anno le aquile in travertino presenti all'inaugurazione dell'edificio. Queste ultime risultano attualmente depositate presso l'area esterna di un centro sportivo ubicato in Via Campo di Marte. Le aquile bronzee sono state restaurate nel 2001. Di entrambe le opere non è certa l'attribuzione.

Due gruppi statuari bronzei realizzati dallo scultore carrarese Bernardo Morescalchi, raffiguranti un cavallo con accanto un messaggero, dovevano sormontare le estremità del coronamento della facciata, ma per motivi estetici furono rimossi subito dopo la posa, avvenuta nella primavera del 1933, per essere collocati sopra un analogo edificio postale progettato dal Bazzani a Pescara. È probabile che le due sculture siano state distrutte dall'industria bellica come numerose altre opere metalliche di quella città.
Osservando i prospetti laterali, sono visibili uno stemma del Comune di Forlì (lato Piazzetta Don Pippo) ed uno stemma sabaudo (lato Corso Giuseppe Mazzini), entrambi in pietra artificiale, sovrastanti una lapide in travertino priva di incisioni. Gli stemmi erano collocati originariamente fra una coppia di fasci littori che furono rimossi alla caduta del regime.
Stemma di Forlì, prospetto posteriore
Osservando il prospetto posteriore, sono visibili uno stemma in travertino, posto in corrispondenza del sopraluce relativo all'ingresso di servizio, originariamente collocato fra due fasci littori e recante l'emblema sabaudo sormontato dalla corona reale e due tondi scultorei, sempre in travertino, raffiguranti gli stemmi del Comune e della Provincia di Forlì. Tre fasci littori in pietra artificiale, collocati in origine all'interno del timpano triangolare delle finestre poste al piano primo, furono rimossi alla caduta del Fascismo.
Teste di leone che ornano il cornicione
Il cornicione perimetrale è decorato da cinquantadue testine di leone realizzate in cemento graniglia. Numerose di queste, risultando deteriorate, sono state rimosse recentemente per evitare la pericolosa caduta di frammenti al suolo.
I due balconi centrali sono provvisti di porta bandiera in ferro battuto decorato a forma di caveja, simbolo tradizionale romagnolo, con anelli in rame e figura di aquila ghibellina forlivese.
Il cancello scorrevole posto all'ingresso dell'atrio pubblico, le finestre relative ai piani scantinato e rialzato, i sopraluce ad arco relativi ai sei ingressi all'edificio e le aperture anteriori delle torrette, sono forniti di inferriate artistiche ideate da Roberto De Cupis ed eseguite dalla Bottega Matteucci di Faenza, ai quali si deve anche la realizzazione delle ringhiere dello scalone direzionale. Le inferriate collocate sul prospetto principale e le ringhiere sono decorate con elementi in rame.
All'interno dell'edificio, sistemata al centro del salone del pubblico, risulta di particolare pregio la scultura bronzea raffigurante una figura femminile, sorreggente un orologio su quadrante di onice (poi asportato), anch'essa modellata dallo scultore Bernardo Morescalchi. Alle spalle della statua è collocato un pannello di onice del Marocco. Risultano invece rimossi il busto marmoreo del Duce, ideato da Roberto De Cupis, originariamente collocato nel salone del pubblico ed i pannelli decorativi eseguiti dal pittore forlivese Giovanni Marchini per i soffitti delle sale della Direzione e del Consiglio, poste al primo piano dell'edificio.
Nella sala della Direzione il Marchini dipinse al centro gli stemmi d'Italia e della provincia di Forlì, collegati da un fascio littorio stilizzato, due grandi cavalli raffiguranti la posta terrestre e la posta aerea, il tutto attorniato dagli stemmi dei quattro circondari e dei comuni più importanti della provincia. Nell'attigua sala del Consiglio dipinse una figura femminile incoronata e avvolta nel tricolore, simboleggiante l'Italia, dalla quale si dipartono le onde del genio spandendosi per tutto il mondo.
Le sale del pubblico sono certamente gli ambienti più adorni del palazzo. Le pareti ed i banconi degli sportelli sono rivestiti in marmo di Trani venato, i pavimenti sono realizzati a settori con marmi colorati a disegni geometrici, i soffitti sono decorati a stucchi. La struttura degli sportelli attualmente è di tipo blindato con profili in alluminio e vetri anticrimine, ma in origine era costruita in legno e disegnata in armonia con gli altri serramenti presenti nel salone e nell'atrio di servizio. La struttura lignea originaria è restituita dai grafici di progetto depositati presso l'Archivio di Stato di Forlì. Quella ricostruita nel primo dopoguerra e sostituita negli anni sessanta, anch'essa in legno, ma diversamente disegnata, è visibile in alcune fotografie dell'epoca appartenenti ad una raccolta privata. Il casellario postale è sistemato nell'apposita saletta accessibile sul lato destro dell'atrio, in posizione frontale all'accettazione telegrafica (attuale sala consulenza). Il vecchio casellario, interamente rivestito in legno, fu rimosso alla fine degli anni cinquanta per essere sostituito con un manufatto metallico. In quel periodo furono commemorati i postelegrafonici forlivesi caduti in guerra, trascrivendone i nomi sulla targa marmorea sovrastante il casellario.
Gran parte delle lampade di Murano installate in origine negli ambienti principali del palazzo, delle quali resta agli atti un dettagliato riepilogo allegato al citato verbale di consegna dell'edificio, furono distrutte od asportate. Fanno eccezione le torcere luminose ed i rosoni a soffitto posti nel salone del pubblico, le lampade a parete ed il lampadario a sospensione collocati nello scalone direzionale.

In occasione dei recenti lavori di restauro del portico, nell'ambito della realizzazione del nuovo impianto di illuminazione, sono stati installati tre nuovi lampadari in ferro battuto con vetri piombati, realizzati dalla ditta fratelli Nicoletti di Forlì, sulla base dei disegni eseguiti dalla Bottega Ravaglioli di Modigliana per le lanterne dell'Ufficio Postale di Predappio Nuova.
Le strutture portanti verticali sono realizzate in cemento armato e in muratura di laterizio, quelle orizzontali sono in cemento armato ed in latero-cemento. La struttura di copertura a falde inclinate, suddivisa in quattro settori, è realizzata con capriate e sovrastante doppia orditura in legno e tavelloni. La copertura piana delle torrette è in latero-cemento. Il manto della copertura a falde è realizzato con tegole portoghesi e coppi di diversa epoca e tipologia (in origine solo coppi). Le coperture delle torrette e del salone pubblico sono impermeabilizzate con guaina bituminosa. I canali di gronda posti in aggetto sono costituiti da elementi prefabbricati in cemento-graniglia, anch'essi impermeabilizzati con guaina. Le lattonerie (canali di gronda interni, scossaline, converse, ecc.) sono in lamiera di ferro. I pluviali, del tipo incassato, sono in ghisa; quelli esterni, relativi alla corte, sono in cemento. La finitura prevalente dell'involucro esterno è il laterizio a vista, alternato da rivestimenti in travertino ed in pietra artificiale. I paramenti del sottoportico e quelli laterali bugnati a diamante sono in travertino. Le facciate prospicienti il cortile interno sono intonacate. La pavimentazione relativa alle due torrette è in mattonelle di graniglia, quella relativa alle due chiostrine interne è in piastrelle di cemento. La pavimentazione del sottoportico è in marmo, le rampe a gradini sono rivestite in granito. Il marciapiede comunale è realizzato con piastrelle di cemento ricoperto da uno strato di agglomerato bituminoso.
Gli infissi esterni relativi ai piani scantinato e rialzato sono in ferro-vetro, con eccezione di alcuni serramenti relativi alla sala retrosportelleria che risultano in alluminio-vetro (in origine ferro-vetro). Gli infissi esterni relativi ai piani primo e secondo sono in legno-vetro, con eccezione di alcuni serramenti relativi al piano primo, prospicienti il cortile interno, che risultano in alluminio-vetro (in origine legno-vetro). Le porte di accesso al piano della torretta sono in legno. Il finestrino prospiciente la Via Guido Bonatti, relativo al torrino del vano ascensore, è in ferro-vetro. Nel loggiato sono presenti tre ingressi all'edificio, di cui due forniti di portoni in legno di noce (civ. 27 e 29) ed uno centrale, relativo al salone pubblico, attrezzato con un cancello scorrevole in ferro-vetro e protetto da inferriate artistiche (civ. 28). L'ingresso al garage posto sulla Piazzetta Don Pippo (civ. 1) è attrezzato con un serramento in alluminio-vetro e protetto esternamente con una serranda in acciaio zincato (in origine ferro-vetro - protezione con inferriate artistiche). Gli ingressi di servizio posti sulla Via Guido Bonatti (civ. 2) e sul Corso Giuseppe Mazzini (civ. 2) sono forniti di portoni in legno.
La consultazione dei documenti depositati presso l'Archivio di Stato di Forlì (fondo Genio Civile – Danni di guerra) e presso l'archivio dell'Ufficio Lavori P.T. di Bologna, ha permesso di fissare nel tempo le principali modifiche apportate al fabbricato, in raffronto allo stato originario restituito dai disegni architettonici e strutturali di liquidazione, in carico all'archivio storico delle Ferrovie dello Stato.
L'edificio, internamente, è stato interessato da vari lavori di sistemazione, adeguamento e ridistribuzione dei servizi, che in taluni casi hanno determinato modifiche strutturali. Negli anni 1960/70 fu realizzato un piano mezzanino, fra i piani rialzato e primo, demolita una scala in cemento armato di collegamento al piano sottotetto e trasferita una parte dei servizi igienici. Altri interventi di ristrutturazione hanno comportato l'ampliamento o riduzione di vari locali, la sostituzione di pavimenti e di serramenti, nonché la modifica delle strutture di sportelleria oltre la quota del piano del bancone. Più recentemente, alla fine degli anni 90, interventi di ammodernamento hanno interessato parte del piano secondo, a seguito dello smantellamento della sala telegrafica. Nel 2003 l'ex sala smistamenti-sezione pacchi, posta al piano rialzato, è stata ristrutturata per essere adibita a servizi di sportelleria e consulenza, in base ai nuovi layout aziendali.
Per quanto riguarda le parti esterne, si evidenziano il ridimensionamento di una apertura di accesso ai locali di smistamento (piano di carico), sulla Via Guido Bonatti, eseguito in armonia con le finestre poste al piano rialzato (Genio Civile 1946-50); la costruzione del torrino di copertura relativo al locale macchine del nuovo ascensore, installato lungo il vano scala di servizio con accesso dalla medesima Via Guido Bonatti (Ufficio Lavori P.T. 1960); la realizzazione di due pensiline in ferro-vetro e la sostituzione di alcuni serramenti esterni prospicienti la corte-chiostrine; la sostituzione del serramento relativo all'ingresso al garage, sulla Piazzetta Don Pippo (Ufficio Lavori P.T. 1960/80). Non risultano invece eseguite opere di ristrutturazione esterna, a seguito dei ripristini dei danni di guerra, fatta eccezione per alcuni interventi di rifacimento del manto di copertura e per i recenti lavori di pulizia e restauro del loggiato effettuati nel 2001.

Il palazzo di notte
Il Palazzo degli Uffici Statali è un edificio che sorge nel centro di Forlì, all'angolo tra via delle Torri e corso Mazzini.
Venne costruito tra il 1935 e il 1936 sul progetto di Cesare Bazzani con lo scopo di fornire una sede agli uffici dei ministeri delle finanze e dei lavori pubblici, dell'agricoltura e, in parte, delle foreste. Al fine di completare e rendere più elegante la scenografia di piazza Saffi, fu lo stesso Mussolini a imporre ancora il Bazzani quale progettista, nonostante molti non avessero apprezzato lo stile che l'architetto romano aveva scelto per la costruzione del Palazzo delle Poste.
Il nuovo progetto, condizionato dalla preventiva acquisizione e demolizione di diversi antichi edifici di proprietà di influenti famiglie forlivesi (Montanari, Valdesi, Pantoli), andò incontro a enormi ed impreviste difficoltà. I proprietari, ben determinati a ottenere il massimo risarcimento dalla vendita dei propri edifici, fecero ricorso ad amicizie e conoscenze altolocate, compresi alcuni familiari di Mussolini. Dovevano essere inoltre vinte le fortissime resistenze dei commercianti, che, con l'abbattimento dei propri negozi, rischiavano di chiudere la loro attività per sempre.
Tutte queste istanze vennero soddisfatte grazie alla promessa che si sarebbero aperti una serie di locali ad uso commerciale sotto il loggiato del nuovo edificio e quelle del Palazzo del Monte di Pietà. Il primo progetto, stilato nel 1933, prevedeva il mantenimento dell'antico Palazzo Baratti, già Orceoli, situato all'angolo tra Via delle Torri e via Biondini. Ma anche questo edificio, pur essendo vincolato, venne poi espropriato e demolito per consentire la completa esecuzione del progetto imposto dal duce. Per sbloccare la situazione, il genio civile si era appellato al soprintendente di Bologna Carlo Calzecchi, il quale, dietro sollecitazioni altolocate, prontamente aveva provveduto ad eliminare l'edificio dall'elenco delle costruzioni storiche protette.
La demolizione degli edifici che occupavano l'aria divenne un'ossessione per Mussolini, tanto che, a metà del settembre del 1934, scrisse il seguente telegramma all'allora ministro dei lavori pubblici, Araldo di Crollalanza: "passando per folli o visto il cosiddetto palazzo Baratti ancora in piedi stop Se necessario come sembra rinnovati gli ordini per demolirlo senza indugi". Risolta la questione, Mussolini su pressioni del forlivese Manlio Morgagni, presidente dell'agenzia Stefani, intervenne presso le autorità politiche e amministrative della città affinché i lavori di costruzione venissero affidati alla Ditta Benini, di cui Morgagni stesso stava per diventare presidente.

Nella progettazione del palazzo Cesare Bazzani ricercò una sorta di mediazione tra l'architettura romana classica e l'architettura razionalista, come dimostra il grande porticato per terra che ricorda, per dimensioni struttura, gli antichi acquedotti.
L'edificio venne inaugurato il 21 aprile 1937, in occasione delle celebrazioni per il Natale di Roma. Ancora oggi colpisce la sua imponenza: 65.000 m³ e 300 stanze e ambienti disposti su di una superficie di circa 4500 m². In cima al palazzo era stata collocata una torretta, andata distrutta nel bombardamento del 25 agosto 1944[1].
Palazzo Paulucci di Calboli dall'Aste è un grande edificio storico del centro di Forlì.
La costruzione originaria è databile alla metà del settecento, ma nulla ad oggi si conosce riguardo a chi abbia progettato l'intero complesso, risultato dell'unione in epoche diverse di diversi corpi di fabbrica che estendevano su una superficie di 1600 m².
Appartenne ai Conti dell'Aste fino all'estinzione del casato, quindi al marchese Raniero Paulucci di Calboli, protagonista della storia cittadina e di quella italiana. Nel 1921 il marchese rientrò in Italia, dopo aver ricoperto per circa 2 anni la carica di ambasciatore italiano a Tokio. Questo rientro gli consentì di dedicarsi alla ristrutturazione del palazzo che, secondo le sue intenzioni, doveva diventare "La casa Fulcieri". Nel 1922, quando Mussolini salì al potere, il marchese venne nominato senatore ed ambasciatore d'Italia a Madrid. In seguito alle nozze tra Camilla, figlia del marchese, Giacomo barone, capo di gabinetto di Mussolini, il palazzo acquisì ancora maggior lustro. Nel 1923 lo stesso Benito Mussolini fu ospite in queste stanze e nel 1924 e viene accolto il principe ereditario Umberto di Savoia.
La nascita di un nipote spinse il marchese modificare il testamento, redatto qualche anno prima, al fine di lasciare la casa di Forlì al pronipote e di donare alla città un capitale di 300.000 lire (275.000 € circa del 2013) affinché la rendita di questa somma fosse distribuita ai figli e ai discendenti dei mutilati e feriti di guerra, in memoria del figlio morto in guerra.
La notevole eredità destinata alla città rappresentava circa un terzo dei suoi beni mobili, mentre la casa restava di proprietà della famiglia. Nel 1928 al termine dei lavori di sistemazione del palazzo, il pittore riminese Gino Ravaioli realizzò degli affreschi tuttora visibili in un vasto locale, un tempo destinato biblioteca. Il 12 febbraio 1931, dopo una breve malattia, Raniero morì a Roma. Al podestà di Forlì venne quindi comunicato il contenuto delle disposizioni testamentarie con l'aggiunta della donazione delle 7 opere dello scultore milanese Adolfo Wildt.

La facciata del palazzo è straordinariamente essenziale e presenta un incantevole equilibrio delle proporzioni.
All'interno del palazzo, sono di pregio : l'androne principale e gli ambienti situati nella parte centrale dell'edificio. Ancora oggi sono assenti tracce della ricchezza e del fasto passati: capitelli, cornici e stucchi, alcuni dei quali realizzate al tempo della costruzione dell'edificio. Una serie di soffitti a volta del piano terra e del primo piano, sono invece dipinti simili alle decorazioni del pittore Felice Giani.
La ricchezza del palazzo consisteva soprattutto negli appariscenti arredi e collezioni di opere d'arte raccolti del marchese. Le pareti della biblioteca, la quale accoglieva nelle scaffalature in legno migliaia di inestimabili volumi manoscritti, furono decorate da Gino Ravaioli. In particolare nellas stanza centrale furono dipinte la fede, le scienze, le lettere e le arti, raffigurate da personaggi illustri di ogni epoca, mentre, tra quattro grandi riquadri,il pittore riminese rappresentò altrettanti episodi della storia della famiglia Paolucci di Calboli. All'interno del palazzo vi si trova un cammino attribuito probabilmente alla bottega del Canova.
All'interno dell'edificio si trova un grandioso cancello in ferro battuto che divide l'androne dal cortile del palazzo. Quest'ultimo ornato al centro da un pozzo di gusto neo rinascimentale, realizzato su progetto dell'architetto romano Florestano Di Fausto.
Il palazzo è sede della Società filodrammatica del Talentoni, sorta nel 1876 e attiva fino al 1894. Durante questo periodo il decoratore Annibale Mrabini affrescò diverse stanze, nonché numerosi scenari per il teatro. Nel 1994, il palazzo fu oggetto di un'interessante ricostruzione storica.
Palazzo Piazza Paulucci, o Palazzo Paulucci, è un edificio storico della città di Forlì che occupa tutto un lato di Piazza Ordelaffi. Il suo nome è legato a due antiche e potenti famiglie nobiliari che ne furono proprietarie: i Piazza e i Paulucci de' Calboli.
La costruzione iniziò il 1º ottobre 1673, su ispirazione dei palazzi del Laterano e Farnese a Roma, per opera di monsignor Camillo dei conti Piazza, vescovo di Dragonia, durante il periodo di massimo splendore della sua famiglia. I lavori continuarono col cardinale Giulio Piazza, per poi arrestarsi[2].

Portato in dote dalla contessa Giulia Piazza quando sposò Giacomo Paulucci[3], il complesso fu acquistato dal Comune di Forlì nel 1880 col fine di completarlo per utilizzarlo[4].

Conclusi i lavori, vi fu trasferito l'Archivio storico comunale[5] e in parte destinato a Museo archeologico, poi a pubblica scuola, mentre nel 1908 gli ampi seminterrati ospitarono la prima sede della cantina sociale forlivese, i cui principali promotori furono Pio Manuzzi, Dante Gibertini ed Ercole Gaddi, presidente del comizio agrario.

Nel 1924 matura il progetto di un nuovo cambio destinazione come sede del Tribunale. I lavori, iniziati effettivamente nel 1932 su progetto dell'architetto Leonida Emilio Rosetti, furono interrotti l'anno seguente su intervento di Benito Mussolini perché, nel frattempo, sull'influenza delle linee guida tracciate dall'architetto urbanista Marcello Piacentini, si era sviluppata una nuova concezione architettonica del palazzo di Giustizia. Decidendo di dedicare a quest'ultimo un progetto ex novo, analogamente a quanto avveniva in altre importanti città[3], palazzo Piazza Paulucci fu perciò destinato a sede del Palazzo del Governo a Forlì[6].

Palazzo Paolucci in una stampa ottocentesca
Il progetto venne inizialmente definito dall'architetto Cesare Bazzani, accademico d'Italia, protetto dall'influente amicizia di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo (marito di Edda Mussolini), molto attivo a Forlì in quegli anni.
Nel 1936 iniziò il ripristino, ove possibile, delle vesti decorative originarie[7], secondo una vera e propria progettazione in stile. In realtà, mentre i prospetti esterni vennero completati secondo un arbitrio discreto, gli interni furono pesantemente manomessi, come si può notare nella sala degli stucchi dell'appartamento cardinalizio[6].
Alla morte di Bazzani nel 1939, il lavori furono diretti dal fido collaboratore Italo Mancini[8].
Bazzani predispose anche un appartamento per i soggiorni forlivesi del Capo dello Stato e per la cui decorazione incaricò nel 1939 la sua collaudata collaboratrice romana Maria Biseo, con affreschi murali ispirati all'apologesi del pane.
Fra le opere scultoree vanno ricordati i tre stemmi in pietra, realizzati dallo scultore Giuseppe Casalini, situati sopra la finestra centrale, il secondo dei quali conduce all'insegna dei Savoia, mentre gli altri due ai gonfaloni della Provincia e del Comune. Le altre opere scultoree si devono a Gianna Nardi Spada, che realizzò il pannello decorativo raffigurante la provincia di Forlì a B. Boifava. Cesare Camporesi realizzò a stucco i pregevoli soffitti a cassettoni.
Le decorazioni poste sulle pareti del salone d'onore, non più visibili, furono realizzate da Francesco Olivucci fra il 1937 ed il 1941. Non è noto come sia avvenuta l'eliminazione di quest'opera, che doveva risultare enorme (oltre 150 metri quadri) e che richiese all'autore un grande impegno tecnico e creativo.
Dietro approvazione di varie commissioni e lievemente corretto dallo stesso Mussolini, l'Olivucci affrontava il tema dei "trionfi" del fascismo, in particolare, la marcia su Roma, il varo della Carta del Lavoro, la conquista dell'impero e il re imperatore, le forze armate[3].
Bazzani progettò, reinventandolo, anche il giardino retrostante secondo lo schema dei giardini delle ville romane del Cinquecento. Fa da fondale una scenografica esedra, sull'asse dell'ingresso del palazzo, dove domina una statua in marmo di Carrara raffigurante Giunone, opera dello scultore romano Publio Morbiducci[6].

Palazzo Benzi
La sontuosa facciata del palazzo risale al XVIII secolo. Il palazzo è attualmente inutilizzato e in attesa di restauro, ma fu anticamente sede del 3º ordine regolare femminile. Vi si trasferirono di seguito i conti Guarini i quali vi dimorarono sino al 1815, poi fu abitato per molti anni dei conti Benzi, dai quali oggi il palazzo trae il nome. Successivamente fu sede di una fabbrica di coperte di seta, l'opificio Amaducci. Passò quindi nella proprietà della famiglia Silingardi dalla quale fu poi acquistato dall'Opera nazionale balilla, dietro indicazione del suo presidente Renato Ricci.
Nel 1926 l'edificio fu drasticamente rimaneggiato seguendo i gusti architettonici in voga all'epoca. La facciata, pur mantenendo le linee settecentesche, venne rimaneggiata e resa più sontuosa e regolare, con l'uso di pietra artificiale. Il progetto fu portato a termine su disegno dell'Ingegnere Virginio Stramigioli il quale, per l'esecuzione ornamentale esterna, ebbe come collaboratore lo scultore Giuseppe Casalini mentre gli artisti Francesco Olivucci e Gino Mandrone si occuparono delle decorazioni interne. In particolare, Olivucci affrescò lo scalone realizzando le due opere il balilla ed il lavoratore. Queste opere si affiancarono a quelle settecentesche preesistenti, opera di Giuseppe Marchetti.

Palazzo Benzi divenne così sede dell'Opera nazionale balilla, l'organo del Partito Nazionale Fascista a carattere parascolastico e paramilitare. Nel 1933, su progetto dell'architetto Cesare Valle, a completamento, con accesso da via Fossato Vecchio, sorse all'interno della corte la prima palestra dell'Opera nazionale balilla, una delle più grandi esistenti a quei tempi in regione. Sempre nel 1933, completata la casa-stadio dei balilla su viale Mussolini, palazzo Benzi cambiò uso per divenire la Casa della giovane italiana.
La palestra, che misurava 29 × 13,50 m, si caratterizzava per la linearità delle forme, nonché per l'uso innovativo del cemento armato che permetteva di rispondere a esigenze particolari, tra le quali la realizzazione di una planimetria completamente libera. Come accennato, il palazzo è attualmente in disuso in attesa di un intervento di restauro.
Nel 1944, su iniziativa di don Pietro Garbin, fondatore della comunità salesiana, dell'istituto Orselli e dell'oratorio San Luigi, nell'edificio venne allestito l'ospedale Don Bosco, gestito da volontari, con cui si tentò di far fronte alle drammatiche necessità legate al momento bellico.
Palazzo Benzi fu, nel secondo dopoguerra, la sede della Democrazia Cristiana mentre negli anni settanta ospitò una discoteca.
Palazzo Savorelli Prati
La costruzione risale al 1700, ad opera di un architetto sconosciuto. Nel 1767 venne rilevato dalla famiglia Prati che lo acquistò dai Paulucci. Attualmente è sede dell'Istituto Prati, ufficialmente ente Pio fondazione Prati, costituito nel 1944 per volontà testamentaria della contessa Paola Savorelli Muti-Papazzurri, la cui madre faceva parte della famiglia proprietaria del palazzo, proveniente da Prato e stabilitisi a Forlì nel seicento.
La contessa così scrisse sul suo testamento : ...con tutto il mio patrimonio voglio sia fondata un'istituzione da costituirsi in ente autonomo che abbia per iscopo l'assistenza a malati poveri a domicilio per mezzo di infermiere gratuite e di sussidi...'.
Fin dai primi anni l'Istituto svolse la propria opera caratitevole per mezzo delle sorelle dei poveri di Santa Caterina da Siena, una congregazione di religiose scelto dal vescovo di Forlì.
L'edificio ha un aspetto molto severo, la facciata è semplice, e segue l'andamento della strada. È costituito da una serie di mattoni a vista e dalla base a scarpa, che si spinge in alto in un cordolo di arenaria.

Nella parete dell'atrio, oltre a un busto di gesso inserito in una nicchia del muro che ritrae la contessa Paola Savorelli Muti-Papazzurri Prati, su una stele murata si trova un'epigrafe scritta in memoria della contessa. Dall'androne si raggiunge la corte interna dotata di un porticato sorretto da alcuni pilastri in cotto, sopra il quale poggia una loggetta retta da 2 colonne, costruite con mattoni di forma circolare.
Sul muro di fronte si apre un altro portone, rimasto incompleto nelle decorazioni, attraverso il quale si entra in un altro vestibolo che serve da accesso posteriore al palazzo. Da qui si accede in un'area, al quel tempo un giardino, ora un parcheggio, dove si trova una nicchia, probabile residuo di un orto dotato di volta a crociera, nel quale è situata una grande statua risalente al XVIII secolo, in legno dipinto di bianco, raffigurante San Michele Arcangelo.
All'interno del palazzo si sono salvate alcuni ornamenti ottocenteschi, in genere a carattere mitologico. Il palazzo ha subito notevoli danneggiamenti nel corso dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Il 10 dicembre del 1944, infatti, il bombardamento tedesco che sventrò la chiesa di San Biagio, colpì duramente anche Palazzo Prati, causando gravi danni irrimediabili alla collezione di dipinti, cristalli, ceramiche e mobili in stile Luigi XV.
Complessivamente vennero distrutte 192 opere d'arte. Obiettivo del bombardamento nazista era prospiciente l'edificio, il Palazzo merenda, un edificio che ospitava i quartieri generali degli alleati, i quali un mese e un giorno prima avevano liberato Forlì. Palazzo merenda, insieme alle tantissime opere d'arte in esso custodito, venne in gran parte distrutto e ricostruito utilizzando però il cemento armato.

Attualmente la collezione del palazzo prati include solo 74 opere sopravvissute, prevalentemente di ambito regionale, Veneto e Romano, databili dalla metà del XV secolo fino alla fine del XIX. Oltre ai dipinti il palazzo custodisce un insieme di mobili (tavoli, sedie, poltrone, divani, cassettoni), di maioliche (piatti, vassoi, coppe, coperchi) e lampadari di artigianato italiano. Importantissimo è l'archivio storico dell'Istituto che consiste di 1250 unità archivistiche tra registri, buste e fascicoli, datate dal 1320 al 1944 e situate su scaffali nel locale che ospita anche la biblioteca, una piccola collezione di monete (dall'età romana fino alla fine del XVIII secolo) e la raccolta di stampe, anche quest'ultima molto danneggiata dal bombardamento del 1944. Si tratta di 23 fondi archivistici in tutto, di cui 10 di famiglie e 13 di enti civili, militari e religiosi.
I PARCHI URBANI DI FORLI’
Il Parco Urbano "Franco Agosto" di Forlì è un grande amico pronto ad accoglierti nel suo ampio abbraccio. Fresco e ventilato nelle giornate d’estate, suggestivo e poetico nel rigido inverno, si estende in una grande area che, con i suoi ventisei ettari, attornia la città dall’antica cinta muraria fino alla più recente periferia. Accarezzato dal fiume Montone, con tante panchine per fare una pausa lungo i suoi viali, il Parco offre uno scenario ambientale ricco di alberi e piante tra le quali la quercia "farnia", la roverella, il pioppo nero ed il pioppo bianco, fiori di biancospino, rose e sanguinella.

È possibile arrivare al Parco da piazza Saffi salendo su un divertente trenino turistico, oppure in bicicletta seguendo il percorso ciclabile che, dal centro, porta direttamente nel cuore verde della città, ma non mancano i parcheggi auto per chi ha necessità di giungere comodamente. Nell’ampio spazio verde gli appassionati trovano campi da calcetto, pallavolo, pallacanestro, beach volley e bocce per dedicarsi agli sport preferiti. Per i più piccoli, giochi e castelli gonfiabili garantiscono un vero svago in mezzo alla natura.
Ma il Parco è tanto altro: il laghetto con i cigni e le anatre che nuotano, le gallinelle d’acqua, le testuggini esotiche, rane verdi ed i conigli che si rincorrono tra l’erba, il percorso vita per tenersi in forma, le aree culturali e i punti di ristoro. Ammirando le sculture che arricchiscono il mare verde di Forlì, è piacevole cogliere l’occasione per uno spuntino: al ristorante pizzeria Peter Pan, allo snack bar La Collina dei Conigli, al Chiosco Bar e Gelateria, al punto ristoro la Piada del Parco.
dedicato al primo sindaco di Forlì del dopoguerra, che è stato recentemente votato dagli abitanti della città quale luogo più amato della città. Un vero e proprio "Central Park""in Romagna.
Tre sono i motivi che fanno del Parco Urbano di Forlì un’area verde unica nel suo genere tra quelle presenti in molte città italiane.
La sua collocazione nel tessuto urbano immediatamente a ridosso della vecchia cinta muraria del centro storico, a poche centinaia di metri dalla centralissima piazza Saffi.
La sua estensione; il parco copre un’area di oltre 26 ettari, delimitata dal fiume Montone ed adiacente ad un’altra ampia superficie verde, quella che circonda l’Ospedale Morgagni-Pierantoni, alla quale sarà presto unita attraverso un ponte ciclabile sullo stesso Montone.
La terza caratteristica di questo parco è rappresentata dal suo progetto, attentamente studiato ben prima della sua realizzazione pratica, dal tipo di piante messe a dimora al percorso dei vialetti, dalla collocazione delle panchine alla fitta rete sotterranea per l’irrigazione e per l’illuminazione, dalle acque dei torrentelli e del laghetto ai tanti campi giochi per adulti e per bambini di diverse età.
 Tutto è stato studiato affinché il Parco Urbano di Forlì possa rappresentare quanto di meglio e di esteticamente gradevole esiste oggi nel settore del verde urbano. Tra l’altro è anche privo di barriere architettoniche.
Nato sulle aree di cava di un’antica fornace, il parco è frequentatissimo dai forlivesi ed anche da molti romagnoli delle località vicine. I parcheggi sono numerosi, uno da 400 posti appena aperto, ma occultati alla vista con ribassamento del piano rispetto alle superfici a prato circostanti.
 Nel vecchio casolare restaurato, ampliato con una bella struttura in vetro e ferro, è stato ricavato un  ristorante che si è subito imposto all’attenzione dei visitatori del parco e dell’intera città, mentre vicino all’entrata occidentale è sorto un chiosco di piadina romagnola, mentre nei pressi degli impianti sportivi, - campi da calcetto, da tennis, da beach volley, da basket, oltrechè la palestra attrezzata per il fitness ed i tradizionali campi da bocce – funziona un chiosco-bar che nelle sere estive propone anche un animato piano-bar e frequentatissimo karaoke.
Numerosi anche gli appuntamenti culturali nelle serate d’estate, con i più importanti scrittori che vengono numerosi a presentare le proprie ultime creazioni letterarie presso la struttura del “Librincontro”, la grande libreria estiva del Parco.
 Per i più piccini, esiste anche Gommolandia, il villaggio degli scivoli gonfiabili, ed il trenino ecologico del parco.
 Numerosissime le iniziative organizzate all’interno dell’area, che i tanti frequentatori hanno mostrato di apprezzare e condividere: tra le tante, citiamo la tradizionale festa degli aquiloni, l’appuntamento con la festa del volontariato, quella con le forze dell’ordine e quella degli artigiani.
 Ma sono moltissimi quelli che vengono al Parco a fare jogging, a passeggiare, a prendere il sole o a fare quattro chiacchiere con gli amici, lontano dai pericoli del traffico e del caos cittadino, in mezzo alla natura ed alla tranquillità.
 Peccato solo che il regolamento del Parco proibisca l’ingresso ai cani, anche se tenuti al guinzaglio. In quasi tutti i grandi parchi delle più importanti città del mondo l’ingresso ai cani è assolutamente consentito.
 I proprietari degli amici a 4 zampe, tra i quali tantissimi anziani, confinati nelle stradine esterne lungo il fiume, si sentono discriminati a non poter godere delle strutture del parco, delle panchine all’ombra, dei servizi igienici, del bar, quando sono a passeggio con i propri amatissimi compagni, anche se, come prescrive la legge, tenuti al guinzaglio e muniti di sacchetti per la raccolta delle deiezioni.

Parco della Resistenza (Forlì)
Il Parco della Resistenza è un giardino pubblico della città di Forlì.
Progettato nel 1816 dall'architetto L. Mirri, negli anni subì numerosi rimaneggiamenti ma l'impianto originario portava un'impronta tipicamente illuminista. Costruito in un'epoca in cui questo genere di architettura urbana era molto in voga, per la costruzione del giardino si scelse un impianto all'italiana, rispetto a quello all'inglese che pur stava prendendo piede in Italia.

In origine il giardino presentava un obelisco centrale contornato da aiuole simmetriche e altri 4 punti accentranti di minore importanza che valorizzavano le statue delle 4 stagioni. In fondo al giardino, in asse con l'ingresso, venne eretto un tempietto e ai due lati una Kaffehaus e la casa del custode.
Nel 1928 il giardino fu completamente rifatto ad opera dell'ingegnere G. Santarelli. Per ottenere un migliore drenaggio delle acque piovane si innalzò il livello del suolo. Si diversificarono, poi, i percorsi pedonali e quelli destinati alle carrozze. Gli edifici sul fondo vennero sostituiti da un unico grande edificio di servizio. Negli anni settanta, infine, si eseguirono ulteriori lavori di restauro che portarono all'ampliamento del giardino fino a viale Spazzoli.
Oggi il parco ha numerosi ingressi ma due sono i principali, uno in Viale Spazzoli e uno in Piazzale della Vittoria. Presso questo secondo ingresso il comune ha attivato un servizio giornaliero di noleggio gratuito di biciclette a cui è possibile accedere liberamente esibendo un documento e lasciando una piccola cauzione.
Vi si trova anche una biblioteca nella parte nuova entrando da via Spazzoli.
La parte del giardino adiacente a via Spazzoli presenta al centro un laghetto dove è possibile ammirare numerose specie di anatre, cigni e pesci.
Presenta vicino l'ingresso una statua di bronzo raffigurante Primo Carnera, mentre più in avanti, un monumento alle vittime dei lager nazisti e in tutte le prigionie.

Entrando da piazzale della Vittoria invece si osserva il busto di Giuseppe Gaudenzi, sindaco e deputato di Forlì, che fu fondatore e primo segretario del Partito Repubblicano Italiano.


ELENCO DEI PARCHI PRESENTI A FORLI':
Nel territorio della Circoscrizione n. 1 si trovano:
Il GIARDINO della ROCCA - con ingresso via della Rocca (aperto dalle 7,00 al tramonto)
GIARDINO Mons. GIUSEPPE ROLLA - con ingresso in viale Salinatore (aperto dalle 7 al tramonto)
GIARDINI PUBBLICI E PARCO DELLA RESISTENZA - con ingresso da P.le della Vittoria e da v.le F.lli Spazzoli (aperto tutto l'anno dalle 7,30 al tramonto)
PARCO DELLA PACE - con ingresso in via Piave (aperto tutto l'anno dalle 7,30 al tramonto)
AREA VERDE - GIARDINO ANNALENA TONELLI - con ingresso in via Oberdan (sempre aperto)
GIARDINI ORSELLI - via delle Torri (sempre aperti)
PARCO P.P. HARRIS - con ingresso in via Bengasi (aperto dalle 7,00 al tramonto)
PARCO PRIMAVERA EUROPEA - con ingresso in via Europa (sempre aperto)
PARCO IRENE UGOLINI ZOLI - con ingresso in via M. Sauli
PARCO NAZARIO SAURO BERGOSSI - con ingresso da via Ravegnana, 280
PARCO DELL'ANTICA PIEVE - con ingresso da via Gramellini e da via Don E. Servadei
POLISPORTIVO COMUNALE "OTELLO BUSCHERINI" - con ingresso in via Orceoli, 17

Nel territorio della Circoscrizione n. 2 si trovano:
PARCO L. BERTOZZI - con ingresso in via Sillaro e in via Bertozzi (sempre aperto)
PARCO PADRE BALDUCCI - con ingresso in via Sapinia e in via Tito Papirio (sempre aperto)
PARCO BRUNO LUGARESI - con ingresso in via Gabicce (sempre aperto)
AREA VERDE PARCO FRATELLI AMADIO - con ingresso in via Ossi (sempre aperto)
PARCO URBANO FRANCO AGOSTO - con ingresso in via Fiume Montone e in via Pertini (aperto dalel 7,00 al tramonto, ad eccezione della zona ristorante)
PARCO INCONTRO- con ingresso in via Ribolle (aperto tutto l'anno dalle 7,30 alle 23,00)
PARCO DELLE STAGIONI - con ingresso in via Curiel e in via Anna Frank (aperto dalle 7,00/7,30 alle 23,00/23,30)
PARCO CADUTI PER LA LIBERTA' con ingresso in via B.Brandi e in via Magnani, zona Carpena (sempre aperto)
PARCO NATALE PUGLIESE  - area compresa fra via Corbari e via Tina Gori (sempre aperto)
PARCO CARMEN SILVESTRONI - area compresa fra via Fratelli Capaccini e via Alessandro Schiavi (sempre aperto)
PARCO ARMANDO ASIOLI - con ingresso da via Berto Alberti
PARCO OFELIA GAROIA - con ingresso da via Marco Briganti
PARCO DONNE NELLA RESISTENZA - con ingresso da via Don Mario Vasumi
PARCO LUCIANO CASELLI - con ingresso da via Paolucci Ginnasi e via Sergio Tavernari
PARCO OVIDIO GARDINI - con ingresso da via Silvio Corbari
PARCO ARTURO FEMICELLI - con accesso da via Bofondi, da via Bondi e da via Ugolini
PARCO DELLA CENTRALE ELETTRICA - con accesso da via della Cartiera
PARCO ANTENORE OANTIERI - con ingresso da via Monda
 Nel territorio della Circoscrizione n. 3 si trovano:
PARCO DI VIA DRAGONI - con ingresso in via Dragoni
PARCO VIA BONAVITA - con ingresso in via Bonavita
GIARDINO GIUSEPPE RICCI - con ingresso in via Romagnoli
PARCO DONATORI DI ORGANI ORFEO DA BOLOGNA - con ingresso in via Orfeo da Bologna
PARCO SILVIO ZAVATTI - con ingresso in via Pompeo Tumidei
GIARDINI ROBERT BADEN POWELL - con ingresso in viale Kennedy
PARCO SECONDO CASADEI - con ingresso in via B. Rosetti
PARCO INDUSTRIALE BARTOLETTI - con ingressi in via A. Volta
PARCO FRANCO LUGARESI - con ingresso in via Gino mattarelli
PARCO CARLO ZAMPIGHI - con ingresso in via Spontoni e in via Dragoni
PARCO DELLE CROCEROSSINE - con ingresso in via Maceo Casadei
PARCO I.DE ANTIQUIS - con ingresso in via Puccini
PARCO RONCO LIDO - con ingresso in p.le della Commenda, Centro sportivo Sansavini
PARCO FRANCESCA MORVILLO - con ingresso da p.le Falcone e Borsellino e da via Cucchiari
GIARDINO DEL TRICOLORE all'interno del Parco di Via Dragoni

PARCO GINO MANDOLESI - con accesso da via Bonavita Antonio e da via Guidiccioni Giovanni
Le Chiese e l’Architettura religiosa a Forlì

Numerose sono le chiese, sia nel centro cittadino che all'interno del suo comune, che sono scomparse nel corso dei secoli. La scomparsa di tali edifici religiosi ha molteplici motivazioni, le principali rintracciabili nelle devastazioni causate da guerre a seguito delle quali non è stata approntata alcuna riedificazione, nonché nella soppressione di ordini religiosi o nel riutilizzo degli edifici ad uso diverso da quello religioso.

Cattedrale di Santa Croce
Chiesa e Monastero del Corpus Domini, foto di Paolo Monti, 1971. Fondo Paolo Monti, BEIC.
L'abside di Santa Maria in Acquedotto
Abbazia di San Mercuriale: basilica situata in piazza Aurelio Saffi, per via della sua posizione centrale e dell'alto campanile è considerata il simbolo della città.
Cattedrale di Santa Croce: è il duomo di Forlì e sede del vescovo della diocesi di Forlì-Bertinoro.
San Domenico: soppressa per volere di Napoleone nel 1797, la grande chiesa di San Giacomo Apostolo era il fulcro dei domenicani della città, che, già a partire dal Trecento, eressero un convento che, dopo secoli di abbandono, di recente è stato restaurato e ora accoglie mostre ed esposizioni di livello internazionale. È anche sede della Pinacoteca e dei Musei civici.
San Tommaso di Canterbury: chiesa scomparsa in tempi antichi, già nei pressi dell'attuale corso Garibaldi. La parrocchia del Duomo prende il nome di San Tommaso Cantauriense benché la cattedrale sia dedicata alla Santa Croce.
Basilica di San Pellegrino Laziosi, o Chiesa dell'Ordine dei Servi di Maria: santuario celebre perché ospita le spoglie mortali di San Pellegrino Laziosi, santo patrono dei malati di tumore, di AIDS e di malattie incurabili in genere. È stata insignita del titolo di basilica da Paolo VI.
Chiesa della Santissima Trinità
Chiesa del Carmine: a metà strada di corso Mazzini, fulcro del Rione San Pietro, è nota per il bel portale in marmo (secolo XV), opera di Marino Cedrini. Di origine trecentesca, è stata completamente ristrutturata tra il 1735 e il 1746 su progetto di Giuseppe Merenda.
Chiesa e Monastero del Corpus Domini
Chiesa di San Biagio
Chiesa di S. Antonio Abate in Ravaldino
Chiesa di Sant'Antonio Vecchio
Chiesa di Santa Lucia
Chiesa di Santa Maria della Visitazione
Chiesa di San Filippo Neri
Chiesa del Miracolo o della Madonna del Fuoco
Chiesa di San Michele Arcangelo
Chiesa di San Salvatore in Vico
Chiesina di San Giuseppe dei Falegnami
Chiesa di San Sebastiano
Chiesa di San Francesco Regis
Chiesa dell'Addolorata
Chiesa di San Giorgio in Trentola
Chiesa francescana di Santa Maria del Fiore
Chiesa di Santa Maria della Pianta
Chiesa di San Giuseppe Artigiano
Pieve di Santa Maria in Acquedotto
Chiesa di Santa Maria del Voto
Chiesa di San Giovanni Battista in Vico detta "dei Cappuccinini"
Chiese scomparse di Forlì.

Abbazia di San Mercuriale
L'abbazia di San Mercuriale è un'abbazia che si trova in piazza Aurelio Saffi, nel centro di Forlì. È l'edificio più noto della città e uno dei simboli dell'intera Emilia-Romagna e ha la dignità di basilica minore.
La descrizione della storia dell'abbazia risulta difficoltosa in particolar modo per quanto riguarda il periodo della fondazione e dell'epoca alto medioevale a causa delle notizie scarse o confuse che caratterizzano questi secoli. Le notizie frammentarie di questo periodo rendono difficoltosa la ricostruzione della storia primigenia dell'abbazia, così come difficoltosa e confusa risulta essere la storia e la figura del santo titolare, avvolta come è da un'aura leggendaria a cavallo tra periodo antico ed inizio medioevo.
Attualmente l'abbazia si affaccia sul lato est della piazza ma in origine la chiesa si trovava al di fuori del nucleo urbano, separata dalla città dal letto del fiume Rabbi (o da uno dei suoi affluenti o da un canale proveniente da esso e che attualmente passa sotto il porticato del palazzo comunale).
Fin dai primi secoli della cristianità, la comunità locale era solita ritrovarsi in questa zona, tanto che si hanno notizie della presenza di un cimitero ed in seguito di un luogo di culto. Fu probabilmente dopo l'incendio del 1173, causato da disordini fra guelfi e ghibellini, che la chiesa fu ricostruita secondo la struttura planimetrica a 3 navate con cripta sotto l'altare maggiore.
La presenza di un edificio religioso nell'area dell'attuale abbazia si può far verosimilmente risalire all'episcopato di san Mercuriale che guidò la comunità cristiana forlivese attorno al V secolo. Con probabilità il cristianesimo era già arrivato in Forlì un secolo prima visto che, con l'editto di Milano del 313, l'impero romano aveva riconosciuto alla nuova religione importanza e diffusione, permettendo ai credenti di manifestarla.
Al vescovo Mercuriale andrebbe il merito di aver guidato la nuova comunità, organizzandola e rafforzandola coadiuvato, nella sua missione, secondo la tradizione, dai santi Grato e Marcello. Il santo, secondo l'usanza del cristianesimo dei primi secoli, si fece seppellire in un sepolcreto posto ad est della città e si può ipotizzare che anche i successivi vescovi ne abbiano seguito l'esempio, anche in considerazione del divieto, in vigore fino al V secolo, di inumare i corpi entro le mura cittadine. Proprio per l'usanza di seppellire i vescovi nelle cattedrali, alcuni studiosi ritengono possibile che la prima cattedrale di Forlì sorgesse nel luogo dell'attuale abbazia e che fosse di seguito trasferita nel centro cittadino nella chiesa di santa Croce. Considerando però che la chiesa era posta al di fuori del centro cittadino e che per accedervi fosse necessario oltrepassare la cinta muraria ed il corso del fiume Rabbi, rendendola perciò difficilmente raggiungibile, molti studiosi sostengono che è difficile pensare che i vescovi avessero scelto una posizione così disagiata non solo per se stessi, ma anche per la comunità. È per questa ragione che si reputa più logico pensare che la cattedra del vescovo avesse sempre avuto sede nell'attuale Santa Croce, nel centro cittadino, mentre l'attuale abbazia, fuori dalla città, non era altro che un centro plebano.
Secondo una tradizione tramandata dal cronista quattrocentesco Leone Cobelli, sul luogo dell'attuale abbazia sorgeva una chiesa dedicata a santo Stefano, primo martire della cristianità. Il culto di questo santo ebbe grande diffusione a partire dal 415 quando a Gerusalemme vennero rinvenute le reliquie. Gli studi odierni accolgono quanto descritto da Cobelli: la primigenia chiesa fu perciò dedicata in un primo tempo a Santo Stefano ma, in un periodo non determinato della storia, fu poi dedicata al culto del santo forlivese.
Bassorilievo di epoca bizantina rappresentante l'Eucaristia (il pellicano) che nel calice beve il sangue di Cristo. Croce latina e ruota, simbolo dell'eternità
È possibile ipotizzare che, a seguito del lungo periodo di incertezze causata dalle invasioni del V e del VI secolo, una comunità di credenti cominciò a vivere in una zona esterna alla cinta difensiva della città nei pressi della tomba del primo vescovo, Mercuriale venendo in seguito a traslare le reliquie del protovescovo e dei santi Marcello e Grato in un nuovo edificio religioso. A questo periodo si può far risalire l'intitolazione della chiesa non più a Santo Stefano ma a San Mercuriale ed in particolare la festa dedicata al patrono, il 30 aprile, potrebbe risalire al giorno della traslazione delle reliquie.
Nell'archivio storico dei vallombrosani, la più antica testimonianza della chiesa e del monastero di San Mercuriale risalgono ad un atto dell'8 aprile 894 con il quale, Domenico, arcivescovo di Ravenna, fece una donazione di alcuni fondi a Leone, allora abate di San Mercuriale. L'atto dice che l'abbazia sorge non longe a civitate Liviensi. Difatti l'abbazia era allora al di fuori della cerchia cittadina ed anche al di là del fiume che lambiva le mura cittadine.
Altri dettagli relativi a questo periodo possono essere trovate nel Libro Biscia, un codice che contiene i dati della città dal X fino al XII secolo, nel quale vengono riportate decine di atti notarili, donazioni, privilegi e transazioni in cui i monaci sono talvolta concessionari e talvolta concedenti come per esempio un altro atto del 14 maggio 962 nel quale si stabiliscono alcune permute di terreni tra l'abate ed il vescovo di Forlì.

Dall'edificazione della nuova chiesa al rinascimento[modifica | modifica wikitesto]
Nel 1173, a seguito di scontri tra guelfi e ghibellini, un incendio distrugge numerose costruzioni danneggiando, oltre che la città, anche l'edificio di culto. Sull'area della chiesa distrutta viene avviata la riedificazione di una nuova abbazia, in stile romanico e di dimensioni maggiori rispetto alla precedente e più elevata, in modo da porre rimedio agli straripamenti causati dal fiume Rabbi.
Gli scavi archeologici condotti nel 1951 hanno permesso di ritrovare le fondamenta della precedente chiesa, rinvenendo l'antica cripta sopra la quale fu riedificata la cripta romanica. La primitiva chiesa aveva il medesimo orientamento di quella attuale, anche se posta ad un livello inferiore. I lavori di riedificazione dovettero finire attorno al 1181 perché, come ricorda un documento di quell'anno, il vescovo Alessandro poté predicare all'interno della nuova abbazia.
A seguito dell'incendio del 1173, la chiesa fu ricostruita in stile romanico padano articolato in tre navate e tre absidi, un altare centrale che poggiava su una voluminosa cripta e un protiro che precedeva il portale ed il possente campanile che ancora oggi svetta. Compare anche l'intitolazione a San Mercuriale, della quale comunque si hanno le prime notizie già nel IX secolo. Del protiro, presente in quasi tutte le chiese romaniche di stile lombardo, rimangono poche tracce nella struttura dell'abbazia. Alcune di queste sono due mensole in marmo, a forma di goccia, ai lati del portale. All'interno della chiesa è ospitato il resto di un leone, consunto e deformato dal tempo e dalle intemperie, che è sempre stato considerato la cariatide che sorreggeva una delle colonne del protiro. In realtà, è stato recentemente dimostrato che la scultura è ciò che resta del monumento della crocetta, che sorgeva sul Campo dell'Abate nel XIII secolo.
La nuova costruzione testimonia la ricchezza raggiunta dall'abbazia forlivese, in grado di finanziare un così monumentale edificio, decorato da maestranze famose, come quelle che scolpirono la lunetta. Tra il X ed il XII secolo infatti il monastero aveva ricevuto continue donazioni e privilegi che ne avevano aumentato il potere e lo avevano reso indipendente dall'autorità episcopale e dalle potenti chiese del ravennate. In particolare le donazioni del vescovo Alessandro (vescovo di Forlì per 30 anni dal 1160 al 1190) avevano favorito l'abbazia che a quel punto era diventata proprietaria di fondi e terreni posti ad est della città fino al confine con la diocesi di Forlimpopoli e la sua influenza si spingeva fino alla pieve di San Martino in Barisano. Difficile spiegare per quale motivo il vescovo abbia concesso all'abbazia tali privilegi che andavano a discapito del proprio potere, ma è possibile pensare che vi fosse una profonda stima ad unire il vescovo con i benedettini vallombrosani ed il fatto che l'abbazia fosse passata sotto il loro controllo, portò il vescovo Alessandro a creare un potente monastero che fosse però legato al potere episcopale. Ma proprio la grande ricchezza ed il prestigio raggiunto come l'autonomia conquistata diventarono ben presto causa di dissidi e frizioni fra l'abate ed i vescovi successori di Alessandro, probabilmente acuiti anche dal fatto che i due poteri religiosi (quello monastico e quello episcopale) andavano a contendersi il potere sulla città così come sulle reliquie dei vescovi.
Nella chiesa, fino al XVI secolo, erano presenti due altari maggiori: uno superiore, sul presbiterio, officiato dai monaci, ed uno inferiore, nella cripta, officiato dal clero regolare.
La chiesa romanica aveva un presbiterio rialzato ed una cripta semicircolare sottostante alla quale si accedeva da due scale laterali poste all'altezza della terza campata. È probabile che la chiesa del XII secolo possedesse un protiro ed una finestra, sostanzialmente una bifora. Mentre la presenza del protiro è ancora discussa, la presenza di un'apertura sulla facciata sotto forma di bifora è testimoniata dal profilo della città che San Mercuriale offre alla Madonna rappresentata nella cinquecentesca pala d'altare di Baldassarre Carrari: appare qui chiara la presenza di una bifora al centro della facciata sopra l'ingresso della chiesa. Lungo i lati esterni dell'edificio si trovavano degli archetti ciechi in cotto a formare dei semplici ornamenti.
Il complesso abbaziale non era costituito solo dalla chiesa, ma anche dal monastero con l'annesso chiostro, dal cimitero e da un ospedale per l'accoglienza dei pellegrini, i quali dovevano essere numerosi considerata la posizione privilegiata di passaggio della città lungo la via Emilia, in direzione di Roma o dei porti meridionali verso la Terra Santa. A dimostrazione di ciò, è ancora conservato un capitello del XII o XIII secolo che, collocato un tempo nella cripta, rappresenta San Mercuriale benedicente mentre, sul lato opposto, un monaco accoglie un pellegrino.
L'aumento demografico della città attorno al XII secolo, così come l'aumento della propria importanza politica come centro del ghibellinismo romagnolo, portarono all'ampliamento della cinta muraria, con l'inglobamento della chiesa nel centro cittadino almeno dal 1161 e lo spostamento del campo dell'abate all'interno del nucleo urbano verso il quale furono gradualmente spostate le attività commerciali. Nel 1212 il Comune richiese all'abbazia la concessione del terreno per l'istituzione della futura piazza. La chiesa veniva perciò ad assumere un notevole potere all'interno della città. Essa venne perciò ingrandita ulteriormente e nel XIV secolo vennero costruite due nuove cappelle laterali che, collegate da un portico in stile gotico, modificarono l'aspetto originario delle architetture romaniche.
L'attuale edificio, in stile romanico lombardo, fu terminato nel 1180 insieme al campanile di 75,58 metri, che risulta, nel suo genere, uno dei più alti d'Italia (l'impressione visiva di quest'altezza si coglie anche dalla foto a fianco). Essendo la Forlì romana situata a occidente rispetto all'attuale Piazza Saffi, allora chiamata "Campo dell'Abate", la chiesa rimase fuori dalle mura, appunto fondata e considerata come pieve, fino al XIII secolo, quando l'ampliamento delle mura la inglobò all'interno del tessuto urbano. Nei secoli, il "Campo dell'Abate" si trasformò nella "Piazza Maggiore" e l'abbazia divenne parte dell'attuale centro storico. Nel XIV secolo il protiro viene sostituito dal portale gotico tuttora esistente e vengono realizzate le due cappelle laterali di facciata, estroflesse rispetto alla struttura e demolite nel 1646 (rimangono oggi i due archi con la monofora centrale). Anche l'abside viene rifatta nel 1585.
Nel XV secolo viene annesso alla chiesa il chiostro dei vallombrosani, di forma rettangolare e decorato con slanciate ed eleganti colonne. Alla chiesa, per fornire maggiore stabilità alla copertura delle navate laterali, venne avviata la costruzione di un nuovo soffitto con volte a crociera, in sostituzione di quello medioevale a capriate con travi a vista. Nello stesso periodo la chiesa andò arricchendosi di numerose cappelle laterali edificate dalle famiglie nobili di Forlì o da confraternite locali. Tra queste la Cappella del Santissimo sacramento e la Cappella Ferri
Nel 1505 la volta del presbiterio rovinò distruggendo la sottostante cripta e seppellendo le reliquie del santo che vennero ritrovate solo nel 1575 e collocate nella cappella della famiglia Mercuriali, al termine della navata destra. Nel 1506 perciò si approntarono i cantieri per la ricostruzione dell'intera area absidale e si decise di non riedificare più la cripta. Ciò è spiegabile con il fatto che oramai da tempo il protettore e patrono della città era considerato San Valeriano, le cui reliquie erano conservate nella cattedrale. La scelta di non riedificare la cripta sarebbe dovuta al fatto che oramai le relazioni tra abate e vescovo si erano stabilizzate e la riedificazione della cripta avrebbe potuto riacuire frizioni passate.
Ma il nuovo impianto dell'altare non soddisfece le esigenze dell'abbazia e nel 1568 si decise di allungare il corpo della chiesa realizzando un presbiterio di forma rettangolare, illuminato da 5 finestre. La navata centrale venne allungata di circa un terzo, sacrificando in via definitiva i resti della cripta. L'incarico della nuova fabbrica, inizialmente affidato a Jacopo da Faenza, passò nel 1575 a Bastiano di Riccio e a Tommaso da Forlì, mentre il lombardo Zampiero Morelli completò la volta nel 1586. Il presbiterio venne poi arredato con un coro ligneo di Alessandro Begni, opera rinascimentale realizzata tra il 1532 ed il 1535. Al pittore Baldassarre Carrari fu commissionata la pala d'altare con l'Incoronazione della Madonna fra i Santi Benedetto, Mercuriale, Giovanni Gualberto e Bernardo degli Uberti, realizzato tra il 1509 ed il 1512.
Nel 1581 nell'abbazia fu traslata la reliquia di un dito di san Giovanni Gualberto proveniente dalla chiesa cittadina di Santa Maria del voto, chiamata dal volgo dei Romitii. In ricordo dell'evento furono affrescate con le storie della vita del Santo le trenta lunette collocate sotto i portici del chiostro alla cui realizzazione collaborarono Livio Modigliani e Andra Baini, interpreti oramai del manierismo.
Nel 1585 la navata centrale ebbe una nuova copertura a volta, decorata con tre tele ad olio del pittore Livio Modigliani una delle quali andata perduta nel corso della seconda guerra mondiale a seguito dei bombardamenti del 1944.
Negli ultimi decenni del XVI secolo il chiostro del monastero fu ricostruito in forme rinascimentali e lungo il lato occidentale del chiostro venne addossato al campanile un portico a loggia per poter avere nuovi spazi di accesso alla Biblioteca creata all'interno dell'abbazia grazie ad un lascito di Girolamo Mercuriale.
Nel 1646 l'abate allora in carica Garei diede avvio a profondi lavori di rifacimento della basilica, che interessarono sia la facciata che il corpo della chiesa con l'intento di creare un ambiente interno ben illuminato, in linea con le nuove regole dell'arte religiosa che si andavano imponendo. Venne rimaneggiata la facciata, con l'atterramento delle due cappelle sporgenti ai lati del portale intitolate a San Ludovico (a sinistra) e a San Rocco (a destra) e unite da una loggia. Al loro posto furono aperte due porte d'ingresso, mentre la facciata veniva ridisegnata su linee baroccheggianti, coprendo l'originario stile romanico, ed allargata alle estremità fino a saldarla con la base del campanile. Oltre alla demolizione delle cappelle laterali, anche il portico trecentesco di collegamento venne demolito per permettere l'apertura delle due entrate sulle navate laterali. Ad ornamento della facciata, secondo il gusto baroccheggiante dell'epoca, vennero alzate delle guglie, pinnacoli e spirali e volute nelle zone corrispondenti alle navate laterali.
L'ingresso della basilica venne valorizzato con l'edificazione di un largo sagrato ottagonale, elevato di tre gradini rispetto al livello della piazza. Nella facciata, al di sopra del portale, la bifora fu abbattuta e fu aperto un grande lunettone.

Una serie di scosse sismiche che si succedettero dal 1653 in avanti, lesionarono in maniera rilevante diverse porzioni dell'edificio, rendendo necessari alcuni interventi di restauro.
Nel 1781 vengono approntati lavori di rifacimento della facciata con aggiunte posticce baroccheggianti.
Nel 1786 l'allora abate Bruno Gnocchi dispose che l'interno fosse rimodernato in stile neoclassico e che sulla facciata fossero aperte due nuove finestre e che fosse ridisegnato il lunettone. L'interno fu intonacato ed i capitelli romanici in mattone e cotto furono rivestiti in gesso diventando dei più semplici capitelli di ordine toscano.
Nel 1794 i monaci eliminarono la scalinata costruita nel 1646 e protessero il sagrato con fittoni e catene. La storia dell'edificio in qualità di abbazia stava volgendo al termine, infatti nel 1796 le truppe francesi, guidate da Napoleone scesero in Italia e cominciarono a sciogliere gli ordini ecclesiastici e a requisire i beni della chiesa. I monaci dell'abbazia di san Mercuriale non ebbero sorte diversa: furono cacciati e non fecero mai più ritorno. Da allora all'antica chiesa rimase solo il titolo di parrocchia.
Nel 1902 vengono proposti i primi progetti per il ripristino della facciata, da riportare alla situazione precedente al 1781. Tali lavori, avviati non senza polemiche generali, si rendevano necessari, oltre che per la volontà di ripristinare l'aspetto originario della chiesa, anche per scongiurare pericoli di crollo dell'abbazia. Solo nel 1904 gli ingegneri Cesari e Pantoli compilarono il progetto esecutivo relativo ad una proposta che riportasse la facciata alle più rigorose linee romaniche. Tale proposta prevedeva per la facciata un rosone o una trifora al posto del lunettone, la sostituzione delle volute e la modifica dei portali e delle finestre laterali. Le relazioni degli architetti segnalavano infatti anche il grave stato di degrado della chiesa e la necessità di imminenti lavori di consolidamento nonché di eliminazione degli appesantimenti barocchi per restituire un aspetto romanico alla chiesa.
Nel 1915 l'archeologo Gerola studiò il ripristino stilistico dell'abbazia riproponendo modelli che si basavano sul gusto del romanico lombardo. La facciata doveva presentare un protiro davanti al portale e al posto del lunettone una grossa trifora. I primi interventi iniziarono verso il 1916 ma solo nel 1921, in occasione del sesto centenario della morte di Dante Alighieri, si apprestarono frettolosi lavori di restauro che portarono alla demolizione delle prime due cappelle della navata destra. In quell'occasione venne rinvenuta, sulla parete del campanile, un frammento di affresco del Cinquecento, oggi quasi totalmente dilavato dalle intemperie. Si intervenne anche sulle linee della facciata, chiudendo le porte laterali e sostituendo il lunettone tardo barocco con un rosone centrale in stile romanico che fu preferito all'idea di una trifora o di una polifora. Fu nuovamente ripristinata la gradinata del sagrato e venne atterrata la prima cappella di sinistra, sostituita con un ingresso laterale. Sempre a livello della facciata, venne posta una cornice a dentelli a coronamento delle navate minori. Per facilitare l'accesso alla basilica si creò un ingresso sul lato nord, eliminando una cappella di devozione posta all'estremità della navat sinistra. Il fianco destro della chiesa furono attrerrate due cappelle per poter liberare il campanile.
Il chiostro, che oggi al centro conserva ancora un bel pozzo del Seicento, è oggi aperto su due lati per opera di un intervento condotto tra il 1939 ed 1941 ad opera di Gustavo Giovannoni il quale intendeva mettere in comunicazione le due piazze, una antistante (piazza Saffi) e l'altra retrostante (piazza del tribunale) la chiesa, che era già stata restaurata agli inizi del XX secolo dall'ingegnere Vincenzo Pantoli, attraverso l'apertura del chiostro.
L'Abbazia di San Mercuriale gravemente danneggiata da una incursione aerea del 24 agosto 1944. Il bombardamento danneggiò così gravemente le strutture portanti della chiesa, che fu presa la decisione di demolire le settecentesche volte della navata centrale
Il 24 agosto 1944, causa un bombardamento alleato, la chiesa rimase gravemente lesionata: la gravità dei danni fu così imponente che indusse il Genio civile ad ordinare la demolizione delle volte della navata centrale, realizzate tra cinquecento e Settecento. Riapparvero le travi lignee del tetto e le aperture laterali risalenti al XIII secolo.
Dopo i bombardamenti si rendeva perciò necessario un intervento definitivo che risolvesse i problemi di staticità della chiesa per ripristinarne la stabilità e favorirne il consolidamento. I primi sondaggi, sotto la guida del professor Selli, ebbero luogo nel 1951 e proseguirono fino al 1956 e condussero alla scoperta della primigenea Pieve protocristiana di Santo Stefano e della successiva basilica che andò distrutta nell'incendio del 1173. Si decise una radicale opera di consolidamento che privilegiasse le forme trecentesche, riconosciute come parti originali della chiesa, a discapito delle strutture edificate successivamente, come l'impianto neoclassico settecentesco, liberando mura, capitelli e colonne. Ciò portò a sacrificare molte strutture dell'abbazia, come 7 cappelle delle navate laterali risalenti al XV secolo. Venne ripristinata la pavimentazione originaria in cotto e mosaico veneziano e furono riportati alla luce le basi dei pilastri. Frammenti di capitelli furono conservati e servirono come base per la costruzione di altri nello stesso stile. L'abside, edificata nel Cinquecento, fu invece salvata a discapito della cripta che non venne ricostruita. Di questa furono solo ripristinati i 6 archi che sorreggevano la volta. Venne inserito, all'altezza della terza campata, un doppio ordine di archi in mattoni a vista. Posizionati su due ordini sovrapposti, intendevano rievocare le strutture del presbiterio romanico che, sostituito dall'attuale nel XVI secolo, aveva la cripta a vista.
Durante i lavori di ristrutturazione furono rinvenute le fondamenta ed i resti dell'antica chiesa precedente all'incendio del 1173 a cui seguirono lavori e studi archeologici.
Dopo la soppressione degli ordini ecclesiastici avvenuta in epoca napoleonica la chiesa fu eletta a parrocchia . Nel 1958 papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore.
La chiesa, in mattoni nel tipico color rosso forlivese, si presenta con la caratteristica facciata romanica "a capanna", suddivisa in tre parti corrispondenti alle tre navate interne, con la centrale più ampia rispetto alle laterali. La navata centrale è rafforzata da due contrafforti delimitanti la rientranza ad arco che ospita il rosone, la lunetta e il portale marmoreo. I fronti delle navate laterali sono entrambi occupati da un arco, resto delle antiche cappelle sporgenti. La facciata e il campanile presentano una decorazione in mattoni: archetti sorretti da colonnine sul prospetto, risalti verticali e cornicioni orizzontali sul campanile.
Il chiostro
Per incarico diretto di Mussolini, che finanziò anche l'opera, l'ingegnere Giovannoni assunse la direzione della ristrutturazione del complesso di San Mercuriale, coadiuvato dalla soprintendenza ai monumenti della Romagna. Il chiostro, dopo secoli di abbandono, si trovava in uno stato di degrado elevato ed i continui rimaneggiamenti avvenuti nel tempo ne avevano snaturato le linee originali tanto che numerosi periti e tecnici ne avevano proposto la demolizione. La demolizione avrebbe consentito l'isolamento del campanile e della chiesa e permesso un collegamento diretto con la piazzetta retrostante presso la quale sarebbe sorta da lì a poco il nuovo palazzo di giustizia. Fu però l'ingegnere Gustavo Giovannoni a trovare la soluzione al problema: demolendo la canonica e aprendo un portico, si poteva salvare il quattrocentesco chiostro e nel contempo creare il collegamento con piazza Saffi e la piazzetta retrostante.
Il nuovo portico e la sovrastante canonica furono costruiti in laterizi e cemento armato e poggiavano sulle originarie colonne in marmo e muratura. L'esecuzione dei lavori subì un notevole ritardo dovuto allo scoppio della guerra, che non permetteva l'approvvigionamento dei materiali, e all'aumento dei prezzi.

Per il progetto del restauro Giovannoni non adottò, seguendo le indicazioni della sovrintendenza, soluzioni architettoniche definitive, riservandosi, in corso d'opera, di confermare le scelte che apparivano più opportune in base alle rilevazioni archeologiche. Il pozzo centrale, risalente al XVII secolo, dopo il restauro fu collocato nella posizione originaria.
Gli affreschi delle lunette, rappresentanti la vita di san Giovanni Gualberto, fondatore dell'Ordine dei Vallombrosani, furono staccati e trasportati su centine di legno e lastre di eternit per poter essere restaurati e alla fine furono ricollocati nella posizione originale.
Il portale marmoreo
Il portale è costituito da sottili colonne di marmo chiaro, finemente scolpite, due delle quali, tortili, non giungono fino a terra ma sono completate, nelle medesime forme, da laterizio. Le colonne proseguono verso l'alto e circondano la lunetta, contenente il pregevole complesso scultoreo raffigurante il Sogno e adorazione dei Magi.
L'attribuzione dell'opera è sempre rimasta incerta fino a pochi decenni fa, quando fu finalmente attribuito al Maestro dei Mesi che, a quanto pare, lo scolpì nei primi anni del Duecento. Il tutto viene letto in due distinte scene: a destra l'Adorazione e a sinistra il Sogno dei Magi. Nel primo episodio, lo scultore raffigura i tre re i quali, dopo aver seguito la stella, sono al cospetto della Madonna, rappresentata come regina, e del Bambino Gesù che siede sulle sue gambe. Più defilata è invece la figura di Giuseppe, raffigurato quasi come semplice spettatore della scena. Nel Sogno, i tre Re Magi, dopo aver fatto dono a Gesù di oro, incenso e mirra, sono colti dallo scultore nel momento in cui appare loro l'angelo che, come tramandato dal Vangelo secondo Matteo, consiglia loro di non tornare da Erode.
I battenti del portale in legno, intagliato e dipinto. Sono entrambi suddivisi in più riquadri, nei quali sono applicate alcune formelle, una delle quali reca la data 1651 e che corrisponde, probabilmente, all'anno di realizzazione dell'opera. La parte superiore è fissa, suddivisa in due sezioni di forma rettangolare, ognuna contenente piccole cornici nelle quali si distinguono alcune immagini di santi in rilievo: quello di sinistra, quasi sicuramente, raffigura San Mercuriale, mentre l'altra immagine sembra rappresentare Santo Stefano.


Campanile
Il campanile, in mattoni nel tipico color rosso forlivese, è posto sul lato destro della chiesa, isolato rispetto alla struttura dell'edificio. La pianta è di forma quadrata e poggia su cosiddetto dado, una sorta di piedistallo in pietra sul quale si eleva l'intera struttura del campanile. Il dado, di 9,20 metri di lato, era un tempo più alto, nel senso che ne era visibile una porzione maggiore: con il passare dei secoli, però, le varie pavimentazioni della piazza che si sono succedute hanno contribuito a sotterrarlo parzialmente. La struttura vera e propria del campanile è impostata sul dado circa quattro centimetri all'interno del suo perimetro.

Il campanile, a prima vista, appare essere un parallelepipedo perfetto. In realtà questo tende a restringersi gradualmente verso la vetta, tanto che a circa 50 metri da terra la sezione ha un lato di 8,45 metri, ovvero 75 centimetri in meno rispetto alla base. Ciò non è detto che sia stato ottenuto tramite l'applicazione delle leggi prospettiche, vista l'epoca di costruzione del campanile, anteriore rispetto alla loro diffusione. È più probabile che il restringimento della sezione sia forse stato imposto da conoscenze empiriche sul tema, precedenti al loro reale studio da parte degli artisti rinascimentali, unite al bisogno strutturale di alleggerire la massa muraria con il procedere dell'altezza. In sommità svetta un'alta guglia in mattoni, di forma conica, con coronamento in pietra arricchita inoltre da globo, banderuola e croce, con altezza totale di 22,40 metri. La guglia, a sua volta, è circondata da quattro torricini, posti ai vertici del quadrato di base, tema alquanto ricorrente nei campanili della Romagna. Tali torricini non sono però coevi alla costruzione del campanile; probabilmente in origine avevano dimensioni e forma diverse, ma terremoti e fulmini li hanno danneggiati o distrutti. Si può pensare che la forma attuale dei torricini angolari risalga al grosso restauro del 1566, epoca alla quale sono anche stilisticamente compatibili (con qualche riserva, però, sulla loro copertura). In effetti, il Campanile di San Mercuriale, considerato, all'epoca della sua costruzione, una delle meraviglie del Regno d'Italia, fu modello per molte altre opere successive, in Romagna e altrove, fino al celebre Campanile di San Marco, in Venezia.

Durante la seconda guerra mondiale, il campanile fu minato dai tedeschi in ritirata, ma fu salvato dal coraggioso ed energico parroco dell'epoca, don Giuseppe Prati, affettuosamente chiamato dai forlivesi "Don Pippo".

La misurazione del campanile è sempre stata oggetto di discussione, per via del fatto che la pavimentazione (punto di riferimento per la misurazione), nelle diverse epoche storiche, ha subito continue modifiche e rimaneggiamenti. Attualmente, si è deciso di attribuire al dado un'altezza di un metro, cosicché l'altezza del campanile risulta precisata a 75,40 metri.[senza fonte]
Interessante, riguardo al Campanile di San Mercuriale, è il fatto che, a causa delle storiche somiglianze: "Nel 1902 i genieri veneziani lo usarono come modello per la ricostruzione del campanile di San Marco, crollato in una nube di polvere il 17 luglio di quell'anno"[8].
Nell'ampia cella campanaria, trovano posto 5 grosse campane (le 4 maggiori storiche, la più piccola invece è del 1984), collocate nel castello in ferro realizzato nel 1967, dopo la demolizione del vecchio castello in legno che -ancorato direttamente ai muri perimetrali anteriore e posteriore, vista la grande massa delle 4 campane maggiori (la piccola è appunto del 1984)- aveva causato grossi problemi alla statica della struttura. Per secoli su questo campanile si è suonato col tradizionale "sistema bolognese", ad opera di sapienti squadre di campanari che suonavano "a doppio" (portando la campana nella posizione "in piedi" attraverso la corda, stando a diretto contatto con la campana), anche "da trave" (cioè stando in piedi sulle travi del castello, collaborando allo sforzo dei campanari che suonavano usando la corda, in cella), e suonavano “a scampanio”. Ora, con il nuovo castello, è possibile suonare manualmente solo "a scampanio" (e "a distesa", ma questa avviene elettricamente) attraverso l'uso di cordini collocati in cella; tale suonata necessita di un solo campanaro in luogo di un'intera squadra. Egli infatti, collegando i cordini attaccati al muro con i battagli delle campane, può suonarne 4 stando seduto, tenendone 2 con le mani e 2 coi piedi, e suonando le stesse suonate "a doppio", ma a campane ferme, dovendo ovviamente ricordare a memoria tutte le sequenze dei rintocchi. La normale suonata “a distesa” invece avviene elettricamente e i motori sono montati sul castello stesso delle campane.

L'interno della chiesa ha pianta basilicale a 3 navate divise da pilastri e colonne in laterizio. Poiché il pavimento della navata centrale è sensibilmente inclinato in direzione dell'abside, la navata sembra molto più slanciata di quanto in realtà non sia. Originariamente, davanti all'abside, sorgeva, a circa 5 metri di altezza, il presbiterio, inclinato invece in direzione opposta.


Navata destra
Appena entrati, all'inizio della navata, in prossimità del primo pilastro, è collocata la vasca battesimale, ora però adibita ad acquasantiera. Scolpita in pietra locale, risale al XVI secolo. Ha un basamento esagonale in marmo decorato con foglie di acanto. La vasca è di forma circolare, ben levigata.
A partire dalla navata destra, per tutta la sua lunghezza e poi sin alla navata sinistra, si trovano 23 lunette, superstiti di antiche 30, dipinte ad affresco ed un tempo collocate nel chiostro.
Nella parete destra, è addossato il monumento funebre dedicato a Barbara Manfredi. Il monumento fu realizzato fra il 1467 ed il 1468 dallo scultore fiesolano Francesco di Simone Ferrucci. Dapprima collocato nella chiesa di San Biagio, quando la chiesa fu distrutta da un bombardamento alleato, il monumento funebre fu recuperato, insieme ai resti mortali della giovane Barbara Manfredi, e collocato in San Mercuriale nel 1947.
Verso la porta che conduce al chiostro, è collocato l'ovale dipinto da Giacomo Zampa. Nell'ovale è rappresentato San Mercuriale, in vesti bianche con un ricco piviale rosa e dorato ed una mitra in capo. Il santo è ritratto nell'atto di benedire un modello della città che un angelo gli sta porgendo.
Segue quindi la prima cappella, quella definita del Palmezzano. Gli affreschi della cappella sono i grave stato di deterioramento e ne risulta difficoltosa la descrizione. Sembrano comunque rappresentare la Resurrezione di Drusiana. Gli affreschi furono portati alla luce nel 1913. Sull'altare della cappella è posta la pala opera dello stesso Palmezzano raffigurante la Madonna con Bambino fra i Santi Giovanni Evangelista e Caterina d'Alessandria e, nelle tavole dei basamenti dei pilastrini, i santi Paolo, Stefano e Mercuriale. La pala è databile al 1510, coeva quindi con altre due pale del Palmezzano presenti all'interno della chiesa.
Al termine della navata, su un basamento in laterizio, è posta una croce in pietra decorata con due mani, una per ogni lato della croce. Una mano è aperta mentre l'altra è in segno benedicente. La croce è difficilmente databile, risalente comunque all'alto Medioevo. Nell'autunno del 1932 questa croce venne prelevata dal cimitero parrocchiale di Castiglione e, dopo un passaggio al Museo Civico, venne collocata, nel 1933, nel piccolo cortile posto a nord dell'abbazia. Nel dopoguerra fu da lì rimossa e fu trasferita all'interno.

La navata destra termina con la cappella dedicata al culto di San Mercuriale. In origine era dedicata ai Santi Simone e Giuda, ma nel XVI secolo il culto fu rivolto a San Mercuriale.

Navata centrale
La navata centrale è coperta da un soffitto a capriate, nei secoli più volte rimaneggiato e ricostruito, mentre il prolungamento dell'abside presenta una volta a botte. Nella navata destra è collocata l'acquasantiera che un tempo fungeva da fonte battesimale. Databile al XVI secolo, è costruita in pietra locale e presenta un basamento di forma esagonale. Sulle pareti di entrambe le navate sono distribuite 23 lunette affrescate, provenienti dal chiostro, dal quale furono trasferite nei lavori della prima metà del Novecento. Le lunette superstiti (originariamente erano trenta, ma sette sono andate perdute) rappresentano le Scene di vita di san Giovanni Gualberto, fondatore dei vallombrosani, e sono attribuite a Livio Modigliani.

Fra le varie opere d'arte contenute nella chiesa si segnalano:
Il sepolcro di Barbara Manfredi, moglie di Pino III Ordelaffi, è un'opera del 1466 di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, proveniente dalla chiesa di San Girolamo.
L'arcata della cappella Ferri fu scolpita in sasso d'Istria (1536) da Jacopo Bianchi da Dulcigno, elegante opera di ornati e grottesche lombardesche
I dipinti di Marco Palmezzano, fra cui la Madonna col Bambino in trono fra i santi Giovanni Evangelista e Caterina d'Alessandria, la tavola con Crocefisso, San Giovanni Gualberto e la Maddalena, la pala dell'Immacolata col Padre Eterno in gloria e i santi Anselmo, Agostino e Stefano, uno dei suoi capolavori.
Cappella Mercuriali e Cappella del Santissimo Sacramento, entrambe impreziosite da decorazioni barocche: la prima, già completata nel 1606, conserva stucchi e affreschi di Livio e Gianfrancesco Modigliani, mentre la seconda decorazioni di Antonio Tempesta). La cappella Mercuriali, inoltre, contiene alcune notevoli opere pittoriche: una Madonna con Bambino e Santi di Domenico Crespidetto detto "il Passignano", opere di Ludovico Cardi detto "il Cigoli", di Baldassarre Carrari e di Santi di Tito in collaborazione col figlio Tiberio Titi, Francesco Menzocchi.
L'Assunzione della Vergine di Rutilio Manetti (1571-1639), da Siena, nel presbiterio.
Il Rinascimentale coro ligneo del XVI secolo, opera di Alessandro Bigni da Bergamo.

Cattedrale di Santa Croce
La cattedrale di Santa Croce, è il duomo di Forlì e sede del vescovo della diocesi di Forlì-Bertinoro. Al suo interno, nella cappella sinistra, si trova la xilografia della Madonna del Fuoco, patrona della diocesi.
L'attuale aspetto neoclassico, frutto dei grandi lavori che seguirono l'abbattimento della primitiva chiesa romanico gotica, le fu conferito dall'architetto Giulio Zambianchi che completò la nuova fabbrica nel 1841. Della struttura precedente rimangono la cappella del Santissimo Sacramento nella navata destra e la grande cappella della Madonna del Fuoco nella navata sinistra realizzata tra il 1614 e il 1636 sovrastata da una cupola ottagonale affrescata da Carlo Cignani che vi raffigurò l'Assunzione della Vergine in cielo.
Il cardinale Fabrizio Paolucci, commissionò a sue spese l'altare maggiore (realizzato a Roma nel 1718) e la tribuna che racchiude la Madonna del Fuoco. La piccola ancona di bronzo dorato e lapislazzuli è opera di Giovanni Giardini. L'altare maggiore è sormontato dal fastigio dello scultore Camillo Rusconi, l'altare invece venne rifatto nel 1814 su disegno di Luigi Mirri. Fu realizzato per il transetto della basilica di San Paolo fuori le mura in fase di ricostruzione dopo il disastroso incendio che l'aveva colpita, ma l'inatteso dono, da parte dello Zar di Russia, di diversi blocchi di malachite verde, portò alla decisione di realizzare per quel luogo due altari gemelli ancora oggi ammirabili nella basilica Ostiense. Il dono al duomo forlivese fu occasionato da un incidente occorso al Papa stesso che, di passaggio a Forlì, celebrò messa in duomo sull'altare precedente dotato di una predella lignea che, forse per qualche tarlo di troppo, cedette sotto il peso dell'augusto ospite che commentò "divertito": «Vi regalo io l'altare nuovo, così se ripasso da Forlì, non rischio più la vita celebrando messa».
I due organi del Settecento sono del celebre organaro veneziano Gaetano Callido.
La cappella della Madonna del Fuoco
La cappella-santuario della Madonna del Fuoco fu realizzata negli anni 1619-36 dall'architetto faentino Domenico Paganelli. È coperta da una cupola ottagonale con alto tamburo che presenta un affresco rifinito a tempera di Carlo Cignani iniziato forse nel 1686 e terminato nel 1706 che rappresenta l'Assunzione della Vergine restaurato anche da Pompeo Randi. Nelle nicchie inserite fra le finestre del tamburo si trova l'affresco dei quattro evangelisti, opera dello scultore bolognese Giuseppe Mazza. I pennacchi presentano dei putti in stucco di Filippo Balugani.

Sulla faccia interna dell'arco d'ingresso si trova Il miracolo della Madonna del Fuoco, opera di Pompeo Randi. Ai lati si trovano le due cantorie in marmo disegnate da Gaetano Stegani che nel 1770 circa sostituirono quelle primitive di legno. L'organo sulla parete destra è opera della bottega veneziana dei Callido. La tribuna nella quale è conservata la xilografia della Madonna del Fuoco fu realizzata a spese del cardinale Fabri, che commissionò anche l'altare maggiore.
Al centro della cappella si trova la xilografia della Madonna del Fuoco, risalente ai primi anni del XV secolo.

Cappella del Santissimo Sacramento
La cupola della cappella del Santissimo Sacramento
La cappella del Santissimo Sacramento, già santuario della Madonna della Ferita, venne costruita su progetto di Pace Bombace per volontà di Caterina Sforza nel 1490. Nel 1941 la cappella fu completamente ridecorata. All'altare maggiore della cappella si affiancano due altari minori. su quello destro si trova un frammento dell'affresco La Vergine delle Grazie attribuito a Guglielmo Organi mentre su quello sinistro si trova il quattrocentesco affresco La Vergine della Ferita di ignoto autore così chiamato per un colpo di coltello datogli da barbara mano in faccia.

Cappella del Battistero
La cappella del Battistero si trova in fondo alla navata destra. Un tempo era decorata dal ciclo di affreschi di Livio Agresti "Nove Storie eucaristiche e sette Profeti" che attualmente fanno parte della collezione della Pinacoteca di Forlì. Verso la fine dell'Ottocento venne completamente rifatta. Attualmente la cappella conserva un pregevole Battistero esagonale di pietra datato 1504, opera di Tommaso Fiamberti e del suo collaboratore Giovanni Ricci. La base e la cornice superiore sono opera di Giacomo Bianchi da Dulcigno. Le sue sei facce presentano altrettanti bassorilievi quali "San Mercuriale col Drago", "San Giovanni Battista", "San Valeriano", "Il Battesimo di Cristo", "Sant'Elena e San Girolamo" e "La Decollazione del Battista".


Il Crocifisso della Cattedrale
È un'immagine dal valore storico che lo pone ai vertici del suo genere in Italia. Lo si riferisce al XII secolo. La croce, semplice e nera, presenta tracce di decorazione policroma ed escrescenze che suggeriscono una cornice gemmata. Sopra il capo del Cristo sono incise due frasi che sembrano appartenere alla stessa mano ed hanno stessa iscrizione latina: "Rex iudeorum" (Re dei giudei). Quella posta più in alto, è di scrittura semplice e potrebbe sembrare goticheggiante. Quella sotto, su due righe, forse la più antica, presenta la stessa iscrizione con caratteri incerti tra il greco e il latino. Il Cristo poggia i piedi, su di un suppedaneo costruito su delle foglie, come a richiamare l'albero della vita. Il corpo è appeso alla croce con tenue realismo; non sformato, non insanguinato (nulla fuoriesce dalla ferita dei chiodi e del costato). Il volto è eretto, solenne, tranquillo e maestoso; la barba, i baffi ed i capelli sono ben ordinati, gli occhi sono chiusi. Sul capo non vi è la corona di spine, ma una corona regale rossastra. Un drappo porpora punteggiato da piccoli gigli d'oro, gli circonda i fianchi.
Altre chiese di Forlì
Cattedrale di Santa Croce
Chiesa e Monastero del Corpus Domini, foto di Paolo Monti, 1971. Fondo Paolo Monti, BEIC.
L'abside di Santa Maria in Acquedotto
Abbazia di San Mercuriale: basilica situata in piazza Aurelio Saffi, per via della sua posizione centrale e dell'alto campanile è considerata il simbolo della città.
Cattedrale di Santa Croce: è il duomo di Forlì e sede del vescovo della diocesi di Forlì-Bertinoro.
San Domenico: soppressa per volere di Napoleone nel 1797, la grande chiesa di San Giacomo Apostolo era il fulcro dei domenicani della città, che, già a partire dal Trecento, eressero un convento che, dopo secoli di abbandono, di recente è stato restaurato e ora accoglie mostre ed esposizioni di livello internazionale. È anche sede della Pinacoteca e dei Musei civici.
San Tommaso di Canterbury: chiesa scomparsa in tempi antichi, già nei pressi dell'attuale corso Garibaldi. La parrocchia del Duomo prende il nome di San Tommaso Cantauriense benché la cattedrale sia dedicata alla Santa Croce.
Basilica di San Pellegrino Laziosi, o Chiesa dell'Ordine dei Servi di Maria: santuario celebre perché ospita le spoglie mortali di San Pellegrino Laziosi, santo patrono dei malati di tumore, di AIDS e di malattie incurabili in genere. È stata insignita del titolo di basilica da Paolo VI.
Chiesa della Santissima Trinità
Chiesa del Carmine: a metà strada di corso Mazzini, fulcro del Rione San Pietro, è nota per il bel portale in marmo (secolo XV), opera di Marino Cedrini. Di origine trecentesca, è stata completamente ristrutturata tra il 1735 e il 1746 su progetto di Giuseppe Merenda.
Chiesa e Monastero del Corpus Domini
Chiesa di San Biagio
Chiesa di S. Antonio Abate in Ravaldino
Chiesa di Sant'Antonio Vecchio
Chiesa di Santa Lucia
Chiesa di Santa Maria della Visitazione
Chiesa di San Filippo Neri
Chiesa del Miracolo o della Madonna del Fuoco
Chiesa di San Michele Arcangelo
Chiesa di San Salvatore in Vico
Chiesina di San Giuseppe dei Falegnami
Chiesa di San Sebastiano
Chiesa di San Francesco Regis
Chiesa dell'Addolorata
Chiesa di San Giorgio in Trentola
Chiesa francescana di Santa Maria del Fiore
Chiesa di Santa Maria della Pianta
Chiesa di San Giuseppe Artigiano
Pieve di Santa Maria in Acquedotto
Chiesa di Santa Maria del Voto
Chiesa di San Giovanni Battista in Vico detta "dei Cappuccinini"