martedì 13 settembre 2016

La storia : Napoleone in Emilia Romagna
Nell’età napoleonica l’Emilia Romagna ha avuto un ruolo da protagonista: qui Napoleone sperimentò un modello di conquista, poi esteso a tutta l’Europa, basato non solo sulle sue indubbie abilità militari ma anche e soprattutto sulla modernità delle soluzioni istituzionali e amministrative di cui si fece portatore. Con Napoleone giunse la Rivoluzione dell’89, una rivoluzione ormai alla ricerca di uno stabile equilibrio   tra innovazione e ordine, garantito dalla tutela rigorosa  della proprietà privata borghese. Lo Stato napoleonico fu uno Stato laico, fondato sull’uguaglianza di fronte alla legge, su un “contratto sociale” che ha il suo presupposto nell’idea di nazione, in cui i cittadini esprimono la propria volontà attraverso forme di rappresentanza elettiva. Uno Stato che, per garantire il progresso civile e materiale, si dota di una fitta rete di strutture burocratiche e di funzionari, nei settori dell’economia, dell’istruzione, dell’ordine pubblico, del fisco ecc.
Quando le truppe francesi varcarono i confini emiliani a Castel San Giovanni ed entrarono a Piacenza, all’inizio di maggio del 1796, fu subito chiaro che il ruolo della regione nel conflitto in corso sarebbe stato rilevante. Dopo la breve fase della Repubblica cispadana, nel maggio del 1797 Napoleone pose fine all’operazione statale in Emilia, fondendola con la Repubblica cisalpina, che avrebbe avuto per capitale Milano, in uno Stato esteso dalle Alpi all’Adriatico. A novembre la regione fu suddivisa in sette dipartimenti: Crostolo, con capoluogo a Reggio; Panaro, con Modena; Reno, con Bologna; Alta Padusa, con Cento; Lamone, con Faenza; Rubicone, con Rimini; Basso Po, con Ferrara.
Anche la Romagna, estranea fino ai primi mesi del ’97 all’avventura “francese”, vi era stata inserita di forza. Unita Imola fin dal 1° febbraio alla Repubblica bolognese, le truppe francesi prevalsero rapidamente sull’esercito pontificio nella battaglia sul Senio. Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna furono occupate tra il 3 e il 4 febbraio senza opporre alcuna resistenza, mentre gran parte della popolazione delle campagne abbandonava terrorizzata i propri borghi, cercando rifugio sui monti. Il 19 febbraio, con le truppe francesi scese fino alle Marche e all’Umbria, a Tolentino fu firmato il trattato di pace con Pio VI.
Il territorio romagnolo fu rapidamente organizzato sotto la direzione di un’amministrazione centrale dell’Emilia, alla quale dovevano fare capo tutte le municipalità. Furono aboliti i titoli nobiliari, le livree, gli stemmi gentilizi, furono soppressi i feudi, ridotti di numero i conventi, eliminata qualsiasi giurisdizione privilegiata degli ecclesiastici e ogni loro esenzione fiscale, liberalizzati gli scambi commerciali: anche per la Romagna la nuova dimensione di una società moderna stava prendendo forma. Ciò avvenne però insieme alle consuete requisizioni di guerra e all’imposizione sulle rendite e sui patrimoni dei cittadini, di contributi in denaro e vettovaglie, che danneggiarono l’economia e alimentarono il malcontento, terreno di coltura dell’insorgenza popolare antifrancese, fomentata dalla propaganda ecclesiastica. Si costituirono vere e proprie bande, soprattutto nelle montagne del Cesenate e del Riminese, come pure a Lugo e a Massalombarda. In tutti i casi la repressione fu durissima.
Non pochi furono i motivi di insoddisfazione, particolarmente dopo la partenza di Napoleone per la campagna d’Egitto, nel 1798, a causa delle vessazioni e imposizioni determinate dall’alleanza con la Francia. Numerose furono le esplosioni di malessere sociale, causate, in particolare, dal pesante fiscalismo. Vi furono certamente importanti riforme, come l’eliminazione dei privilegi, l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di pensiero e di stampa, contraddette però da provvedimenti che limitavano la libera vita associativa.
La vendita dei beni ecclesiastici andò quasi esclusivamente a vantaggio della ex nobiltà e della ricca borghesia, anche grazie ai legami sociali con gli uomini di governo, che spesso permettevano l’acquisto delle terre a basso prezzo e forti dilazioni nei pagamenti. Non fu realizzata alcuna riforma agraria, invece, che andasse a vantaggio della piccola proprietà.
Nella primavera del 1799, le truppe austro-russe, affiancate dalle bande di “insorgenti”, dilagarono vittoriose in regione: il vecchio regime tornò ovunque e le reggenze imperiali tentarono di restaurare l’assetto economico-sociale sconvolto dall’avvento dei francesi. Tuttavia ormai alcuni cambiamenti, come la vendita delle terre, non vennero toccati, per non inimicarsi i ceti sociali più ricchi. Il ritorno di Napoleone, dopo la travolgente campagna del giugno 1800, culminata con la vittoria di Marengo, fu accolto con entusiasmo, poiché esso rappresentava il riaffermarsi di valori ormai collettivamente condivisi (autogoverno, uguaglianza, libertà, democrazia, indipendenza nazionale) anche se nei fatti scarsamente applicati. Gli austriaci, invece, rappresentavano un puro ritorno al passato.
Il 26 gennaio del 1802, a Lione, un’assemblea di rappresentanti italiani votò una nuova costituzione e approvò la nascita della Repubblica italiana, presieduta dallo stesso Napoleone.
Fu avviato in seguito un significativo sforzo per uniformare e omogeneizzare la legislazione e l’amministrazione del territorio (codice civile, penale, di commercio, ecc.), estesi a tutta la società. Il nuovo Stato si avvalse di un esercito nazionale, di una precisa macchina giudiziaria, di un apparato fiscale ordinato e metodico, in grado di garantire il flusso di ricchezza.
La costituzione accentuava ruolo e poteri del potere esecutivo, affidando l’espressione della sovranità nazionale a tre collegi di 700 persone, divise tra possidenti, commercianti e dotti, che esemplificavano la nuova gerarchia di valori fondata sulla ricchezza e sui “lumi”. Figura amministrativa fondamentale divenne quella del prefetto, espressione diretta del potere centrale, con poteri di polizia, di controllo sull’autorità dipartimentale e comunale, di supervisione delle spese e di preparazione dei bilanci. Il territorio regionale fu suddiviso nei dipartimenti del Crostolo, Panaro, Reno, Basso Po e Rubicone, con capoluogo rispettivamente Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Cesena.
Il passaggio dalla Repubblica al Regno d’Italia, nel maggio del 1805, con Napoleone imperatore, non mutò nella sostanza simili linee di sviluppo. Gli aspetti qualificanti dello Stato moderno, di cui si era intrapresa la costruzione, restarono tutti, salvo accentuare i caratteri di rigidità centralizzatrice, di autoritarismo amministrativo, di immobile fissità delle gerarchie sociali fondate sulla ricchezza, formalmente riconosciute da Napoleone con l’istituzione di nuovi ordini nobiliari legati al suo trono. La macchina amministrativa del Regno richiese un apparato vasto di funzionari ed impiegati competenti. Essa però apparve spesso come una cappa soffocante per  i singoli e per le comunità locali. Il blocco continentale e le continue guerre, che significavano nuove tasse, campi di armamenti dislocati lungo l’Emilia, incursioni di nemici, bisogno incessante di soldati, alimentarono il malcontento, la renitenza alla leva, il brigantaggio e l’insorgenza.
Alla fine del 1813, dopo il disastro russo e la sconfitta di Lipsia, riapparvero gli austriaci nel dipartimento del Basso Po e sulle coste romagnole sbarcarono truppe della coalizione antifrancese. Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, tentò vanamente di inserirsi nel gioco diplomatico, occupando temporaneamente le maggiori città della regione. Vi tornò nel 1815, nel periodo dei “cento giorni”, tentando una “lotta di liberazione” dell’Italia dallo straniero. Le appassionate parole del proclama di Rimini (“L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: l’indipendenza d’Italia”) erano premature poiché non era ancora sorta una coscienza nazionale. Tuttavia, l’esperienza napoleonica non era passata invano: il ritorno al vecchio regime era ormai un vestito troppo stretto.






Dove mangiare vicino l’Abbazia Madonna del Monte di Cesena

(gli appunti veloci di Palato Anarchico PalatoAnarchicoSignorg)

Il Cucinario –  Via Boccaquattro 4, Cesena – fascia di prezzo media -

Il Cucinario è un locale situato nel centro di Cesena, a pochi passi dalla Biblioteca Malatestiana. Anna e il suo staff saranno lieti di preparare per voi piatti a base di carne e di pesce, tipici della tradizione culinaria delle regioni Emilia Romagna e Campania. Grazie alla collaborazione di artisti e artigiani locali il locale ospita per tutto l'anno mostre di opere d'arte e foto, angoli letterari ed esposizioni di manufatti artigianali. Sapori, forme, colori e nuove idee prendono vita al Cucinario.






Osteria – Michiletta - via Strinati 41, Cesena – fascia di prezzo media –

L'Osteria Michiletta, situata nel centro della città tra il Duomo e piazza del Popolo, è un ambiente di una volta, con rustico bancone da osteria all'entrata e salette dall'arredo spartano ma accogliente, dotato anche di un bel giardino all'interno di un piccolo cortile in cui mangiare d'estate. La cucina è regionale, tipica locale, con piatti della tradizione rivisitati con fantasia, utilizzando molte verdure, erbe di stagione e spezie orientali. Il Ristorante Osteria Michiletta di Cesena dispone inoltre di una buona cantina vini con selezione curata delle etichette locali. Complessivamente offre la disponibilità di 80 coperti.

Ristorante Piccolissimo – Corso Ubaldo Comandini 121 – Cesena -


Il ristorante Piccolissimo di Cesena si trova nei pressi di Porta Valzania, in un antico palazzo che una volta era designato a stazione di posta. Piccolissimo non significa che non c'è abbastanza spazio; perché qui non ci si affolla e non si aspetta in piedi che qualcuno finisca di mangiare. Piccolissimo è uno luogo pensato per accogliere e trattenere, non per andar di corsa; come se mangiare non richiedesse il suo giusto tempo, la sua giusta cerimonia di parole e risate, commenti e pause. Il Ristorante Piccolissimo di Cesena è un locale che coccola, intimo, che propone un'ottima cucina mediterranea “rivisitata” attraverso piatti a base di prodotti di alta qualità e di stagione che fanno incontri insoliti e che vale la pena di provare. Ma Piccolissimo propone anche la pizza...e allora, direte voi, è anche pizzeria? Forse, ma a noi piace poter dire che questo è un ristorante dalla cucina di alto livello in cui è possibile degustare anche una buona pizza. Provatelo, vale una deviazione.
Laboratorio restauro del libro
Il laboratorio di Restauro del Libro del Monastero di S. Maria del Monte nasce nel 1960 su proposta della Soprintendenza ai Beni Librari e nel corso degli anni ha  collaborato con molte biblioteche e archivi, tra cui:


Ancona: Biblioteca della Soprintendenza delle Antichità delle Marche
Ancona: Biblioteca Comunale “Benincasa”
Assisi: Biblioteca Comunale
Bologna: Biblioteca Universitaria 
Bologna: Biblioteca dell’Archiginnasio 
Bologna: Biblioteca Malatestiana
Fabriano: Biblioteca Comunale
Faenza: Biblioteca Comunale
Fano: Biblioteca Federiciana
Firenze: Biblioteca Nazionale Centrale
Forlì: Biblioteca Comunale “A. Saffi”
Fossombrone: Biblioteca civica Passionei
Imola: Biblioteca Comunale
Jesi: Biblioteca Comunale “Planettiana”
Lugo: Biblioteca Comunale
Macerata: Biblioteca Comunale “Mozzi- Borgetti”
Pennabilli: Biblioteca Capitolare
Pesaro: Biblioteca Oliveriana
Piacenza: Biblioteca Comunale
Pisa: Biblioteca Comunale 
Ravenna: Biblioteca Classense 
Rimini: Biblioteca Gambalunga 
Santarcangelo: Biblioteca Comunale
Savignano: Biblioteca della Rubiconia Accademia dei Filopatridi
Urbania: Biblioteca Capitolare
Urbino: Biblioteca Comunale
Bologna : Archivio di Stato
Bologna: Archivio storico dell’Università di Bologna 
Cosenza: archivio di Stato
Forlì: Archivio di Stato
Padova: Archivio di Stato
Pisa: Archivio di Stato
Rimini: Archivio di Stato
Ravenna: Archivio di Stato
Ravenna: Archivio Arcivescovile e Biblioteca Diocesana.

Numerose sono le opere manoscritte e a stampa restaurate nel corso di questi anni, tra cui ne elenchiamo solo alcune:
Archiginnasio di Bologna: Incunaboli:
I. Poggi, Sigillum; 
Socrates, Orationes;
M. Rossi, De Salutaribus animi…; 
Biblioteca Comunale di Ancona:
Johannis Jansonii, Novus Atlas sive theatrum orbis.., Amsterdam,1646;
Biblioteca Universitaria di Bologna:
Bartolomeo Sacchi, Opera, Venezia, 1511; 
S. Thomae, Opus Aureum, Venezia, 1566; 
Ms. 2270, Areini, Historiae, sec. XV; 
Ms. 2268. Sermoni di S. Bernardo, sec. XIV; 
Ms. 2701. Theophanis fragmentae, sec. XIII; 
Ms. 2861, Segreti per i colori, sec. XV;
Biblioteca Comunale di Faenza:
Ovidio, Metamorfosi, Venezia, 1578; 
Plinio, Historia Mundi, Basilea, 1535; 
Bibbia, Venezia, 1498; 
Dante Alighieri, Divina Commedia, 1515,. Voll. 3.
Biblioteca Comunale di Forlì: incunaboli:
Tartanius, Lectura super secula inforziati..; 
Albertius Magnus, Fisica, Venezia, 1488;
J. Katham, Fascicolus Medica, Venezia, 1500;
Mss., Aierini Pauli, Cronicon, 1464; 
Blondus Flavius, Historiarum ab inclinationes romanorum,  Venezia, 1484; 
Corelli A., Sonata a 3 opera terza, mss. sec. XVII.
Biblioteca  Malatestiana di Cesena:
S. Thomas de Equino, Super Quarto Libro Sententiarum, Venezia,1481;
S. Vincentii Ferrari, Sermonis Dominicalis, Auremberge, 1492,
S. VII.4 . Aristotelis, De Historis Animalium, sec XIII; 
S. XIV. 3. C. Iulii Caesaris, Opera Varia, sec. XV;
S. XXV.1, Acron Aelenius, Commentaria in Horatium, sec. XII; 
D. V. 2. Biblia Sacra, sec. XIV; 
D. XVII. 3. Scotus Joannes, Super sec. et tert. Liber, sec. XV
Giornale: Il Popolano, annate 1901-1923;.
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze:
F.C. Waldstein, Descriptiones et Icones Plantarum rariorum…, Vienna, 1802;
Vautihier et Lacour, Monumens de sculture anciens…, Paris, 1812;
Jacquin, Ortus Botanicus Vindobonensis, Vienna, 1770-1777, voll.3.
Description de la Mer Mediterranee, Amsterdam, 1599; 
Disciplina e costumi dei Regolari, mss. sec. XIV.
Biblioteca Comunale Planettiana di Jesi: 
Petrarca  F., Epistolae Familiaris, Venezia, 1492.
Historie di Messer Poggio, Venezia, 1476.
Gran Giornale dei Letterati, annate 1704-1706.
Biblioteca Classense di Ravenna:
S. Agostino, De civitate Dei, 1475; 
Diaceptum San Vitalis, mss. sec XIII; 
Ovidio, Metamorfosi, Venezia, 1497; 
Cicerone, Rethoricum et regium, mss., 1469.
Biblioteca Gambalunga di Rimini:
Seneca L. A., Philosophi Opera tribus.., Venezia, 1643;
Petrarca F., L’africa del Petrarca in ottava rima, Venezia, 1570; 
Marinello G., La prima parte delle parole.., Venezia, 1562; 
Terrentius Afer, Comediae sex, Venezia, 1584.


Tra gli ultimi lavori effettuati tra il 2004 e il 2012 si citano: 

Biblioteca Malatestiana (Cesena):
Mauro Guidi, Atlanti, voll.11, 1761-1898.
Archivio storico dell’Università di Bologna:
CS 4608 Diploma in pergamena con sigillo pendulo
CS 4955 Diploma in pergamena
V 638 Diploma in pergamena
CS 4348 diploma in pergamena con sigillo pendulo.
 Biblioteca  e Archivio della Diocesi di Chioggia:
SAV 15 01, Priscianus, Iuliano Consuli ac Patricio Priscianus Salutem[…], Venezia, 1481
SAV 14 02, Mariegola della Santa Croce, 1387-XV sec
SAV 14 06, Mariegola dei Flagellanti della Santissima Trinità, 1528;
SAV 14 01, Libro d’oro della Scola di S. Croce di Chioza, 1699-XVII sec.
SAV 14 03, Corale miniato, XV-XVI sec; 
SAV 14 04, Corale miniato, XV-XVI sec;
SAV 15 04, Svetonius T. G., Svetonius Tranquillus cum Philippi […], Venezia, 1500;
190.317.35, Lexicon Biblicum sascrae philosophiae candidatis […], Coloniae, 1536;
Comune di Gemmano:
Statuti di Gemmano (1612);
Biblioteca dell’Accademia Rubiconia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone:
Inv. 20, Evangelia Secundum Mattheum Lucam[…], ms membr., sec XV; 
Inv. 45, Incipit liber artis omnigenum[…], ms membr., sec. XIV;
Inv. 77, Rituale episcopale di consacrazione di una chiesa, ms membr., sec. XIV. 
CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione – Università di Parma
Fondazione Garzanti, Fondo di disegni relativi al progetto dell'Hotel de la Ville di Forlì realizzati dall'architetto Gio Ponti (metà XX secolo)
167 disegni su carta da lucido
23 eliocopie
10 eliocopie in album
1 carta manoscritta
Archivio Diocesano Cesena-Sarsina
A. Peruzzi, Lettera pastorale, Bologna, 1592.
pergamena manoscritta  (1387) lacerto di legatura con iscrizione Istrumenti antichi dal 1403 fino  al 1405.
pergamena manoscritta  (1527) lacerto di legatura.
pergamena manoscritta su ambo le facce.
Sinodo della diocesi di Sarsina, 1380.
Sinodo della diocesi di Sarsina, 1475.
Andrea de Bonetis de Papia, […],Venezia 1486.
9 coperte in pergamena manoscritta tratti dalla Bibbia Ebraica e dal Talmud
2.67, Nicolò da Osimo, Summa Casum Coscientiae, Venezia, 1489
16.131, Alexander de Villa, Mediolani, 1488.
3.92 , Alexander de Ales, Venezia, 1475.
Lucio Apuleio, Bologna, 1500.
13.43, Ricardo de Media Villa, Venezia, 1499.
2 cabrei: 54/A e 54/B
Biblioteca Comunale “Pasquale Rosario”, Ascoli Satriano (FG)
Discorso intorno agli equilibrj di Vincenzo Angiulli…, Napoli, 1770
“La *sfera di M. Giouanni di Sacrobosco tradotta da Pieruincentio Dante de Rinaldi […]”,In Perugia : nella stamperia di Gio. Berardino Rastelli, 1574; Coll: C 1081
“Tabellae nouae decisionum d. Matthaei ab Afflictis[…]”, ... – 1537; Coll: C 1077
“Poemata Francisci Haemi insulari […]”,Antuerpiae : ex officina Christoph. Plantini, 1578; Coll: D 71
“I dieci libri dell'architettura di m. Vitruuio […]”,- In Venetia : appresso Francesco de' Franceschi senese, 1584; Coll: B 1313
Liceo Artistico "P.L. NERVI – G. SEVERINI" – Ravenna
3 disegni su carta da lucido XX secolo.
Ordine della Casa Matha – Ravenna
Mappa “antichi possedimenti della Casa Matha”, cm 253 x 123, XIX sec
Monastero di S. Maria Maddalena - Sant'Agata Feltria (RN)
142 pergamene (anni 1200-1300)
Biblioteca Universitaria - Università degli Studi - San Marino (RSM)
51 P / 64 Y, F. Gesualdo, Plutosofia […], Padua, P. Meietti, 1592.
59 P / 70 Y, G. Grataroli, Opuscola […], ludguni, G. Coterium, 1558.
97 P / 110 Y, R. Lull, Opera ea quae ad adinuentam […], Strassburg, L. Zetzner, 1598
Biblioteca Digitale di Scienze della Salute delle Aziende Sanitarie Ferraresi – Ferrara
“Tassa de’ medicinali semplici, composti e spagirici”, Bologna, 1751.
“Ordini intorno al governo dello Spedale di Sant’Anna (1665) – Ordini e Provisioni (1675)”, Ferrara, 1665-1675.
“Raccolta di medicina e farmaceutica […]”, Venezia, 1538.
Ente morale Museo e Biblioteca Renzi - San Giovanni Galilea - Borghi (FC)
Catasto dell’estimo secc. XVI-XVII
Catasto dell’estimo secc. XVII-XVIII
Censimenti della popolazione di S. G. in Galilea e prov. di Forlì (4 vacchette del XIX sec.)
Biblioteca  Diocesana “E. Biancheri” - Seminario Vescovile – Rimini
C – IV- 47 , Vicariato di Sant’Arcangelo, inventati del capitolo, parrocchie, benefizi, cappellanie et altri luoghi pii,  XVI- 1778
C-I- 3, Visita del Vicariato di San Lorenzo a Monte e Sant’Arcangelo, 1574
C – IV – 44, Inventari della Cattedrale e Parrocchie e benefici della città, mss, 1580-1790
C- II- 26, Visita della Diocesi di Rimino fatta dal Monsignor Illustrissimo Honorati Vescovo di Urbania e visitatore
C-  III- 35, Visita della diocesi di Monsignor Zollio, mss, 1753/54
Biblioteca Diocesana “San Pier Crisologo” - Ravenna
Rerum Italicarum Scriptores […] Ludovicus Antonius Muratorius […] Tomus Primus, Mediolani, ex typographia Societatis palatinae in regia curia, 1723; XXVI, L, 1
Rerum Italicarum Scriptores […] Ludovicus Antonius Muratorius […] Tomi primi pars secunda, Mediolani, ex typographia Societatis palatinae in regia curia, 1725; XXVI, L, 1 (2)
Comune di Longiano, Biblioteca storica comunale “Lelio Pasolini”, Longiano
Adamo Brigidi  “Biografie elogi e cenni storici” 1877, Longiano
Biblioteca Comunale “Vendemini” - Savignano sul Rubicone (FC)
95 manifesti storici
Erboristeria Le Antiche Ricette dei Monaci

Dal 2011 si ha la possibilità di acquistare i prodotti naturali del Monastero Santa Maria del Monte comodamente da casa grazie al sito Le Antiche Ricette dei Monaci.
Sin dall'antichità all’interno dei monasteri vi era un monaco designato per la raccolta delle varie erbe officinali e per la loro sapiente e meticolosa lavorazione per arrivare all’importantissimo prodotto finale utilizzato per la salute dei fratelli monaci e per le umili persone dei borghi che non potevano permettersi le cure di un medico.
Queste ricette si sono tramandate per generazioni, e purtroppo in quest’ultimo secolo, causa l’affermarsi della medicina moderna e della diminuzione del numero di monaci nelle congregazioni, solo in alcuni Monasteri vengono prodotti come allora questi importanti e naturali prodotti. La volontà delle Antiche Ricette dei Monaci è di poter offrire a tutti la possibilità di avere a vostra disposizione i migliori prodotti di monasteri italiani, diffondendo l’utilizzo di articoli che sono il frutto di un lavoro fatto con la passione e la cura che ci contraddistingue. L’ambiente incontaminato è il contesto ideale dove i monaci svolgo la loro attività di apicoltura. I mieli prodotti sono quelli delle essenze prevalenti nei boschi: acacia, tiglio, tiglio-castagno, castagno e millefiori. Questa attività è molto legata all’andamento stagionale per cui la produzione è molto variabile di anno in anno, ma la qualità risulta elevata perché le api bottinano in boschi lontani da fonti di inquinamento. Le arnie vengono gestite utilizzando solo prodotti fitosanitari i cui principi si ritrovano in natura, come il timolo, l’acido acetico, l’acido ossalico, in modo da assicurare l’assenza di qualsiasi residuo chimico nel miele. Quindi una piccola produzione ma di qualità.

La produzione di vino da parte dei Monasteri era necessaria per le celebrazioni liturgiche. I monaci vantano un'antica tradizione nella coltivazione della vite e da questa esperienza sono nati grandi vini tutti legati al territorio e del territorio, sempre più apprezzati e ricercati, 
L'Abbazia della Madonna del Monte, come è comunemente chiamata, è uno dei segni più caratteristici del paesaggio cesenate.
La mole, il tozzo tamburo senza cupola e l'abside polilobata della chiesa sono visibili quasi da ogni punto della città e della campagna circostante. Meta ogni anno, nel giorno dell'Assunzione (15 agosto), di una tradizionale passeggiata-pellegrinaggio e sede ormai abituale di manifestazioni musicali e culturali, l'abbazia occupa un posto di rilievo nella vita cittadina.  È raggiungibile agevolmente in automobile, attraverso i quartieri residenziali sorti negli ultimi decenni sulle pendici del colle Spaziano ma anche a piedi, seguendo l'antico percorso che collegava il monastero alla porta Santa Maria. La via delle Scalette ha oggi inizio in via San Benedetto, nelle immediate vicinanze del giardino pubblico. Con un tracciato sinuoso e, soprattutto, appartato dal traffico e immerso nel verde, consente di raggiungere la sommità del colle in poche decine di minuti. L'unica fonte storica che faccia cenno alle origini dell'abbazia è la Vita Mauri di Pier Damiani, scritta probabilmente nel periodo fra il 1042 e il 1053. In essa, lo storico fa cenno al luogo di romitaggio scelto da San Mauro sul colle detto "Saltus Spatiani" e alla sua sepoltura in un'arca di pietra nei pressi della chiesetta che egli stesso aveva costruito.
            Non possediamo elementi certi per stabilire l'epoca esatta nella quale San Mauro sarebbe vissuto: essa è oggi collocata fra la metà del IX secolo e la prima metà del X. Pier Damiani racconta che la sepoltura del santo divenne negli anni oggetto di una sempre crescente devozione popolare: la chiesa fu ampliata ed abbellita e, in un periodo presumibilmente compreso fra il 1001 e il 1026, fu fondato il monastero. Già alla metà del secolo il convento poteva contare su vasti possedimenti e, alla fine del Duecento, appare come una delle strutture religiose più ricche della città. Fortificato da Francesco Ordelaffi nel 1356, fu gravemente danneggiato durante la lotta contro le truppe papali del cardinale Albornoz. Nel 1366 Urbano V concedeva indulgenze a chi avesse collaborato alle riparazioni. Nel Quattrocento il convento fu in parte ricostruito e nel secolo successivo si procedette al totale rifacimento della chiesa; i lavori ebbero inizio nel 1548, sotto la direzione di Domenico Garavini da Brisighella. Fino a quell'anno la chiesa ebbe pianta basilicale, a tre navate con pilastri in cotto e abside poligonale.

Nel corso del rifacimento cinquecentesco, le vecchie navate centrale e destra vennero unificate in una più ampia navata centrale, mentre la vecchia navata sinistra fu trasformata in una serie di cappelle. Altre cappelle corrispondenti a queste furono realizzate ex novo a destra. La parte sinistra dell'antica chiesa sopravvive così incorporata nella stuttura esistente: una parte di un antico pilastro in cotto è visibile all'imbocco della scala laterale sinistra che scende alla cripta. Nel 1567 l'architetto bolognese Francesco Terribilia fu incaricato della realizzazione della cupola che, già terminata l'anno successivo, fu poi decorata ad affresco da Francesco Masini con una "Assunzione della Vergine". Probabilmente spetta al Terribilia anche la realizzazione dello scalone nella sua configurazione odierna. Quello realizzato dal Garavini pochi decenni prima, infatti, aveva una rampa centrale che scendeva nella cripta, mentre le due rampe minori laterali salivano al presbiterio. In occasione del Giubileo dell'anno 1600 le cappelle di sinistra vennero dotate di nuovi altari e di pale, e quarant'anni più tardi Giambattista Razzani eseguiva decorazioni ad affresco. Il terremoto del 20 ottobre 1768 danneggiò irreparabilmente la cupola che, demolita, fu sostituita da Pietro Carlo Borboni con un basso catino. Dal 1771 Giuseppe Milani si dedicò alla completa affrescatura del presbiterio. Dal 1777, infine, una totale ristrutturazione del convento fu condotta dall'architetto Giuseppe Brunelli. Il 7 agosto 1797 i sessantasei monaci che la occupavano ricevettero l'ingiunzione di lasciare l'abbazia. Abbandonata per pochi anni, essa fu poi ripristinata e assegnata ai Minori Conventuali. Con la soppressione definitiva del 1810 anche questi monaci dovettero lasciare il convento, che fu posto in vendita nel 1812. L'intero della chiesa è a una navata con quattro cappelle per lato. In alto, sui tre lati, corre il fregio di Gerolamo Longhi che contiene quattordici scene della vita della Vergine alternate a figure di putti, profeti e sibille: terminato nel 1559 fu scialbato nei secoli sucessivi e rimesso in luce solo all'inizio del nostro. Nella prima cappella a destra è stato collocato l'ingresso della chiesa. Nella successiva, "L'Annunciazione" di Bartolomeo Coda, tavola commissionata dai frati ma pagata da Federico da Montefeltro nel 1543.Si tratta dell'unica opera conosciuta che rechi la firma del pittore riminese. Nella terza cappella, "San Mauro risana gli infermi", tela di Francesco Mancini (1704). Nel tondo, una cinquecentesca "Deposizione". Nell'ultima cappella, "La presentazione di Gesù Bambino al Tempio" e "La Purificazione della Vergine", tavola di Francesco Francia dipinta intorno al 1515. Nella cappella corrispondente sul lato sinistro, "La Vergine con Cristo in Pietà", bella opera tarda del Mastelletta (1620-40). Le tre cappelle successive furono dotate di ancone e tele (di assai scarso valore) in occasione del giubileo del 1600. Per lo scalone del Terribilia (originariamente in pietra, rifatto in marmo nel 1914) si sale al presbiterio, dove si conserva il sontuoso coro, splendida opera di intaglio realizzata fra il 1560 e il 1563 dal bresciano Giuseppe Scalvini, poliedrico artista attivo con la sua bottega a Milano, Ravenna e, sembra, in alcuni centri della Germania.

Una conferma del ruolo di primo piano che la basilica ha avuto da secoli nella vita religiosa della città è data dalla straordinaria collezione di ex voto costituita da tavolette dipinte a partire dal Quattrocento che raffigurano, spesso con mano ingenua ma a volte con modi artisticamente apprezzabili, i molti miracoli con i quali la Vergine del Monte esprimeva la sua protezione a Cesena e ai cesenati. Dal presbiterio si passi alla sacrestia dove, assieme a importanti arredi del XVIII secolo, sono esposte alcune opere pittoriche di notevole valore fra le quali vanno ricordate un bel "San Giovanni Evangelista" su tavola, di ambito veneziano trecentesco, la "Presentazione di Gesù al Tempio" di Francesco Menzocchi (1534), la "Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino, Maddalena, Gerolamo e Benedetto" di Gaspare Sacchi (1536), firmato, ultima opera nota del pittore imolese, e il "Cristo e la Maddalena al pozzo" di Marcantonio Franceschini. Tornati in chiesa si scenda, per una delle rampe laterali dello scalone, alla cripta, un basso ambiente realizzato sotto il presbiterio, diviso in tre navate da grossi pilastri. In fondo, il venerato sarcofago di Seia Marcellina, di età romana e usato, secondo la tradizione, per contenere le spoglie di San Mauro. Sopra, una croce in pietra del IX secolo. Dalla cripta si passi alla sala capitolare con la bellissima volta a ombrello nelle cui lunette sono dipinti "I dodici Apostoli, San Benedetto, San Mauro e San Placido". Nel tondo al centro della volta, "L'Assunzione della Vergine" e, nella calotta della nicchia che contiene l'altare, "L'Incoronazione della Vergine".  
Storia dell’Abbazia Madonna del Monte di Cesena
Su questo colle un tempo romito e boscoso, secondo il racconto di S. Pier Damiani (Vita Mauri, 1044 ca.-1072), il vescovo Mauro (903-955 ca.) soleva ritirarsi in preghiera. Alla sua morte numerosi miracoli si susseguirono sul luogo della sepoltura, la venerazione popolare crebbe e la piccola celletta da lui costruita venne via via ampliata.
Dopo il 1000 fu edificata una basilica a tre navate e, tra il 1001 e il 1026, venne infine fondato il monastero benedettino. Arricchitosi notevolmente nel corso del ‘200, il complesso accolse nel 1318 la statua della Madonna, proveniente dalla chiesetta di Montereale: una devozione popolare che iniziò presto a manifestarsi con la realizzazione di piccole tavolette votive per grazia ricevuta (ex-voto).
Profanata e fortificata da Francesco degli Ordelaffi, l’abbazia rifiorì sotto i Malatesta e visse il suo “secolo d’oro” nel ‘500, allorché, vero e proprio punto di riferimento della cultura cesenate, accolse numerose personalità e ricevette la visita di diversi pontefici. Tra 1536 e 1548 la chiesa venne ad assumere le forme attuali, secondo un progetto di Domenico Garavini da Brisighella (forse su disegno originario del Bramante). Centro della vita artistica della città, la basilica del Monte vide anche all’opera i migliori pittori attivi nel Cesenate (Scipione Sacco, Girolamo Longhi e Francesco Masini), nonché il giovanissimo Giuseppe dalla Val di Scalve, che tra 1560 e 1562 realizzò lo splendido coro in noce; importanti anche gli interventi di Francesco Morandi detto il Terribilia, cui si devono la cupola (decorata dal Masini tra 1568 e 1571) e l’originale scalone in pietra, e di Alessandro Corsi, autore del monumentale pozzo del chiostro grande (1588). Una serie di eventi nefasti aprì la strada alla crisi del complesso benedettino, che si protrasse per tutto il ‘700, aggravata dal terribile terremoto del 1768, che distrusse la cupola della basilica (ricostruita da Pietro Carlo Borboni, venne poi decorata da Giuseppe Milani (1773-74)). Ma il peggio doveva ancora venire: abbandonata all’arrivo dei Francesi nel 1797, l’abbazia fu posta in vendita (1812) e solo il provvidenziale intervento di Pietro Maria Semprini, che la donò a Pio VII Chiaramonti (1814), la salvò dalla rovina. In gioventù novizio all’abbazia, Pio VII incoronò Madonna e Bambino (1/5/1814) e, all’atto del testamento, destinò l’intero complesso ai monaci; solo nel 1888, però, dopo varie traversie, essi poterono tornare definitivamente al Monte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale accolse numerosi sfollati e subì un devastante bombardamento, l’abbazia vide tra l’altro l’apertura del Laboratorio per il Restauro del Libro Antico. Meta di turisti e pellegrini, il complesso benedettino non ha perso il suo ruolo propulsore per la cultura, segnalandosi per l’organizzazione di concerti di musica classica.
Infine, grazie anche all’alacrità e alla passione della “Società Amici del Monte”, l’Abbazia cerca di guardare al futuro. Recentemente, infatti, sono stati creati due nuovi spazi di grande interesse: un refettorio per comitive, dotato di 80 posti a sedere, e una moderna sala-conferenze (Sala Pio VII) con 100 posti. 
Apprestiamoci ora alla visita di questo monumento di arte e religiosità. Posta sul colle Spaziano (135 m.), l’Abbazia offre, prima ancora di conoscerla all’interno, lo spettacolo del mirabile panorama che si gode dal piazzale antistante, verso le colline e la pianura, fino al mare.
La facciata della basilica, con segni della prima chiesa, è visibile solo dal “chiostro piccolo” (XV sec.), con portico a colonnine e pozzale in ferro del XVII sec., sul quale si affacciano Biblioteca, Laboratorio per il Restauro del Libro Antico ed Erboristeria. Dei tre chiostri originari, rimane anche il cosiddetto “chiostro grande” (XVI sec., poi rifatto nel XVIII  sec.), con pregevole pozzale di Alessandro Corsi (1588) (alcuni studiosi ritengono che l’apparato per l’approvvigionamento dell’acqua piovana sia opera di Leonardo).
L’ingresso, posto sul lato destro, introduce ad un suggestivo interno, che colpisce per l’ampiezza degli spazi, ma anche per il raccolto silenzio. La forma è ad unica ampia navata, con cappelle laterali. In alto, corre il fregio di Girolamo Longhi con 14 scene della Vita della Madonna (1559), venuto alla luce solamente nel 1914 e miracolosamente preservato dal bombardamento del 1944; non così per l’affresco della controfacciata, Mosè si toglie i calzari prima di salire l’Oreb (Garavini, XVI sec.). Nella I cappella destra, pregevole Annunciazione (Bartolomeo Coda, 1543) e Capo di S. Giovanni in tondo. Nella II, S. Mauro risana gli infermi (Francesco Mancini, 1704) e Deposizione (Girolamo Marchesi, XVI sec.) in tondo. La III cappella destra presenta l’opera pittorica di maggiore pregio contenuta in basilica: si tratta de La presentazione di Gesù Bambino al tempio e la purificazione della Vergine, opera del maestro bolognese Francesco Raibolini detto il Francia, 1515); nella lunetta, Deposizione (Girolamo Marchesi, XVI sec.).
Passando alle cappelle a sinistra, la IV presenta varie reliquie, tra cui il corpo di S. Agapo. Nella III cappella, Gloria dei SS. Benedetto e Scolastica (G. B. Barbiani (?), XVII sec.). Segue la cappella con S. Lorenzo (scuola bolognese, XVII sec.); infine, nella I cappella, S. Sebastiano (Vincenzo Ansaloni (?), XVII sec.). Ripercorrendo l’ampia navata verso lo scalone (sul pavimento, simbolo dei Benedettini di Congregazione Cassinese), ci si dirige verso la zona presbiteriale (ai lati delle scale per la cripta, a destra Deposizione di Cristo (Mastelletta, 1634), a sinistra Gesù con la samaritana (Marco Antonio Franceschini, fine XVII sec.).
Salito lo scalone, eccoci di fronte all’altare maggiore. Dietro, il mirabile coro in noce, capolavoro di Giuseppe dalla Val di Scalve detto lo Scalvini (1560-62), e la Madonna Assunta, statua in stucco e legno dipinti (XIII sec. circa) - il Bambino è aggiunta posteriore; le corone sui due capi furono poste da Pio VII (1/5/1814).
L’intero apparato pittorico di questa parte della basilica è opera (1773-74) di Giuseppe Milani: all’inizio degli archi della cupola, Principali virtù cristiane; sui pennacchi, Quattro Evangelisti; nel tamburo, otto Scene dall’Antico Testamento; nella cupola, monumentale Assunzione della Vergine; nel catino dell’abside, Incoronazione della Vergine Maria; del Milani, infine, anche mostra e contromostra dell’organo (di Giovanni Tamburini (1914).
Alcuni dipinti della Cesena antica introducono al deambulatorio dove è conservata parte della preziosissima collezione di ex-voto, tra le più ricche e antiche d’Europa. È antichissima la tradizione di dipingere o fare dipingere a mani più esperte, tavolette votive per grazia ricevuta alla Madonna del Monte; una tradizione iniziata nel ‘400 e che continua ancora oggi, tanto che il numero di ex-voto (704) è destinato ad aumentare. Si tratta delle documentazioni grafiche di intercessioni della Beata Vergine che incontrano la storia, non solo cittadina (un ex-voto raffigura, ad esempio, un crollo nel vecchio Teatro cittadino avvenuto nel 1820, un altro la scampata fucilazione di un uomo al termine della Seconda Guerra Mondiale) oppure, molto più spesso, i piccoli drammi di vita famigliare, quasi sempre rurale o marinara: si va così dalla malattia di un uomo del ‘400, ad una disgrazia nei campi e a uno scampato naufragio del ‘500, fino ad un incidente tra una “Vespa” e una macchina. Veri e propri sguardi su un passato più o meno remoto: molte pagine della storia locale e di quella della basilica (una tavoletta, ad esempio, mostra la sistemazione del presbiterio a metà ‘600) sono state, infatti, scritte grazie alle immagini giunte a noi con questa splendida collezione.
Continuando, sempre nel deambulatorio, ammiriamo tre cappelle, con crocifisso del XIV sec. e statue in terracotta di S. Giuseppe (primo ‘900) e S. Benedetto (Leopoldo Lucchi, 1987). Un ampio vano, con esposti gli ex-voto più antichi (XV sec.) introduce alla sacrestia (XIV sec.), con mobili del ‘700 e ciclo di affreschi di Giovanni Cappelli (1946); alle pareti, S. Giovanni Evangelista (Lorenzo Veneziano?, 1370 ca.), Presentazione al tempio (Francesco Menzocchi, 1534) e La Sacra Famiglia e Santi (Gaspare Sacchi, 1536). La cripta, cui si accede attraverso cancelli in ferro battuto (opera novecentesca di fra’ Pio Nobilione), presenta, in un ambiente austero e raccolto, un sarcofago romano del I sec. (antica sepoltura di S. Mauro, oggi collocata presso la Cattedrale) e una croce in pietra del IX sec. La sala capitolare (XVI sec.) presenta affreschi nelle lunette, tra cui un’Assunzione ed Incoronazione della Beata Vergine (Girolamo Marchesi, XVII sec.). Il refettorio (XX sec.), infine, con soffitto a cassettoni e dipinti con scene del Nuovo Testamento.

Venendo ora ai suggestivi ambienti della tradizione monastica, un primo accenno meritano la Biblioteca e del Laboratorio per il Restauro del Libro Antico, dove i pochi monaci rimasti in Abbazia portano avanti la tradizione di operosità conforme alla Regola benedettina. In particolare, il Laboratorio svolge un lavoro fondamentale per la conservazione del patrimonio librario. L’Erboristeria, poi, è un vero e proprio punto di transito obbligato. Posta sotto il suggestivo porticato del “chiostro piccolo”, offre ai visitatori la possibilità di soddisfare le più svariate esigenze: il turista desideroso di approfondire la conoscenza della basilica e del monastero, può acquistare guide e libri; chi, invece, preferisce nutrire il proprio corpo, non ha altro che l’imbarazzo della scelta tra i liquori della tradizione benedettina (utili per lenire numerosi fastidi), le caramelle balsamiche, i diversi tipi di miele, gli infusi, i vini delle nostre colline; infine, numerosissimi i ricordini, di ogni tipo e formato: tra questi, particolare venerazione hanno le immaginette della Madonna del Monte. 

lunedì 22 agosto 2016

Le Antiche Vie della Bassa Padovana e del Veronese

 

A differenza di quello che si potrebbe immaginare, nel Medioevo le persone si spostavano molto: per lavoro, per commercio e per transumanza di greggi e armenti in cerca di nuovi pascoli, dal momento che, in queste zone, fino a pochi secoli fa, la pastorizia costituiva la principale attività di sostentamento.
Allo stesso modo le persone si spostavano per compiere lunghi pellegrinaggi a piedi non solo verso alcune mete classiche e lungo tracciati ancora oggi molto conosciuti – come Santiago de Compostela o la Via Francigena – ma anche verso Santuari forse meno famosi, ma altrettanto amati dai devoti pellegrini che intraprendevano questi cammini, spesso lunghi e faticosi.
Anche questa antica strada della Bassa Padovana e del Veronese era percorsa da pellegrini provenienti da Venezia e diretti a Santiago de Compostela, che approfittavano dei numerosi Monasteri e Abbazie disseminati lungo questa via, presso i quali era possibile rifocillarsi e riposare. I pellegrini transitavano a piedi passando da Monselice verso l’Abbazia di Carceri, per raggiungere poi il monastero di Santa Margherita d’Ipres ad Altaura, San Salvaro di Urbana e, oltre l’Adige, San Salvaro di San Pietro di Legnago, per poi proseguire verso la bassa Lombardia. Essi percorrevano all’incirca 20 chilometri al giorno e si mantenevano con l’aiuto dei Frati dei monasteri o facendo i giocolieri e i saltimbanchi nelle piazze.