sabato 12 novembre 2016

MATELICA - I VINI -

Vino
Il vino è uno dei prodotti tipici di Matelica, a partire dal famoso Verdicchio, vitigno che, in tutto il mondo, cresce solamente nella valle dell'Esino.
Verdicchio di Matelica
È stato riconosciuto vino a DOC il 21 luglio 1967, per primo nelle Marche. La disposizione Nord-Sud della valle, la sinclinale camerte, impedisce l'arrivo degli influssi mitiganti marini generando un microclima mediterraneo-continentale caratterizzato da maggiori escursioni termiche dalla notte al giorno e dall'estate all'inverno. L'effetto di questo clima dà origine ad un'uva ricca di estratti, aromi primari, zuccheri e polifenoli, che si traduce poi in un vino dotato di un elevato corpo che conferisce una particolare attitudine all'invecchiamento. Il Verdicchio si presenta dal colore brillante, paglierino tenue, il profumo delicato con fragranze fresche e persistenti di frutta non completamente matura. Al sapore è asciutto, morbido, armonico, con retrogusto gradevolmente amarognolo. È presente anche in versione riserva, passito e spumante. Diverse volte si è classificato tra i primi bianchi d'Italia e d'Europa, negli appositi concorsi.
Esino bianco e rosso
Queste due DOC sono riconosciute in tutta la provincia di Ancona e nei territori del Verdicchio di Matelica. L'Esino bianco è composto da uve Verdicchio almeno al 50%, mentre il rosso da uve Sangiovese e Montepulciano almeno al 60%.
Colli Maceratesi bianco e rosso
Questa DOC è prodotta in tutta la zona collinare della provincia di Macerata. Il bianco è prodotto all'80% da uve maceratino, mentre il rosso con almeno il 50% di Sangiovese. Sono entrambi vini giovani e leggeri.
Esino
L’Esino Doc è nato da una costola di prestigiosi vini, quali i due verdicchi, i rossi Conero e Piceno, ed è entrato in produzione nel 1995. Quindi una denominazione d'origine controllata che è aggiunta a quelle tradizionali e che però si inserisce nel solco di tradizioni consolidate. Il legame storico tra la vite ed il territorio delimitato come Marca Anconetana inizia con l’arrivo dei monaci benedettini cui fanno seguito i camaldolesi che reintroducono e diffondono la vite ormai da secoli tradizionale. Sempre ai monaci sono da ricondursi le tecniche viticolo – enologiche, il migliormanto del prodotto e la sua conservazione.
Questa Doc comprende quattro tipologie di vini: Esino Bianco, Esino Bianco Frizzante, Esino Rosso ed Esino Novello. Tutta la provincia di Ancona ed i territori della provincia di Macerata, delimitati dai disciplinari di produzione del Verdicchio di Matelica e del Verdicchio dei Castelli di Jesi, possono concorrere alla produzione della DOC Esino.
Vitigno
Bianco e Frizzante: min. 50% Verdicchio, possono concorrere altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella Regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente, max. 50%; Rosso e Novello: min. 60% Sangiovese e/o Montepulciano, possono concorrere altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella Regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente, max. 40%.
Tipologie
Esino Bianco
Esino Frizzante
Esino Rosso
Esino Novello
Calice e servizio
Per l'Esino Bianco il calice sarà semiovoidale, allungato verso il bordo a stelo slanciato e andrà servito ad una temperatura tra i 9 e i 12 °C. Per l'Esino Rosso è adatto un calice sferico e rastremato verso l'alto. Va servito ad una temperatura dai 16 ai 20 gradi.
Abbinamento con i cibi
La proposta di abbinamento tiene conto della struttura, dello stato evolutivo del vino e della tipologia dello stesso. Può essere considerato un vino a tutto pasto, nel senso che essendo sia bianco che rosso, oltre che frizzante e novello, la gamma degli abbinamenti è completa. I Bianchi si offrono a gustosi abbinamenti con il pesce, con carni bianche. Possono essere anche usati freschi come aperitivi.
Verdicchio di Matelica Riserva
Il Verdicchio di Matelica Riserva Bianco Docg è un vino bianco prodotto nelle Marche dove il Verdicchio ha trovato maggiormente un clima ideale per la sua maturazione. Il Verdicchio di Matelica è prodotto nella valle dell'Esino, più precisamente, in provincia di Ancona, in parte del territorio dei comuni di Cerreto d'Esi e Fabriano, in provincia di Macerata, in parte del territorio dei comuni di Camerino, Castelraimondo, Esanatoglia, Gagliole, Matelica e Pioraco. A differenza del Verdicchio dei Castelli di Jesi in questo caso la tradizione contadina non  ha potuto essere d'aiuto per ottenere un prodotto caratteristico: il vino che veniva prodotto e imbottigliato nella zona di Matelica precedentemente alla DOC era volto solo a vuotare le cantine con le inevitabili conseguenze sulla qualità. Oggi invece anche grazie al lavoro di enologi e produttori motivati ed esperti si è riusciti a ottenere un vino importante con delle caratteristiche distintive della terra di Matelica, uscendo quindi dall'ombra del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Nel 2009 arriva infine la D.O.C.G. per il Verdicchio di Matelica Riserva.

Questo verdicchio ha anch'esso una lunga tradizione e documenti d'epoca rivelano che è sempre stato molto apprezzato. Lo sposalizio d'elezione di questo vino è con i piatti di pesce della cucina marchigiana.
Vitigno
Verdicchio, presente in ambito aziendale, per un minimo dell’85%. Possono concorrere altri vitigni a bacca bianca, presenti in ambito aziendale, idonei alla coltivazione nella regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente per un massimo del 15%.
Tipologie
Verdicchio di Matelica Riserva
Calice e servizio
Per apprezzarne a pieno struttura e morbidezza va Servito alla temperatura di 8-10 °C in calici di medie dimensioni.
Abbinamento con i cibi
Può essere utilizzato come aperitivo o abbinato a piatti di pesce o a primi piatti con condimenti vegetali o di mare. Si accompagna spesso a zuppe di pesce e a pesci al cartoccio o al forno; è ottimo anche con le carni bianche.

Castelli di Jesi Verdicchio Riserva
Il Verdicchio è un vitigno considerato autoctono delle Marche: le prime testimonianze della sua coltivazione risalgono al XVI secolo. Recentemente, l'analisi genetica ha evidenziato una parentela molto stretta tra il Verdicchio e il Trebbiano di Soave: si è dunque ipotizzato che il verdicchio sia stato introdotto nelle Marche da coloni veneti, giunti alla fine del Quattrocento per ripopolare le campagne dopo un'epidemia di peste. Cupramontana è considerata la capitale del Verdicchio. Il grappolo è di media grandezza, abbastanza compatto, di colore giallo-verde con buccia consistente, pruinosa e sottile (anche se alcuni cloni hanno la buccia più spessa). È poco resistente alle crittogame (vedi oidio e botrite) e la produzione è vigorosa e costante con maturazione medio tardiva.

La zona di produzione, poco distante dal mare, è composta da colline che arrivano a  500 metri di altezza, da fiumi quali l’Esino, il Musone ed il Misa che scorrono nelle valli ed è impreziosito da cittadelle fortificate. La collocazione ideale della vite è sulle assolate colline, rinfrescate dalla costante ventilazione che arriva dall’Adriatico e che impedisce il formarsi di umidità sui grappoli e sono formate da terreni argillosi e calcarei ricchi di limo e sabbia con banchi di salnitro.

ll Castelli di Jesi Verdicchio Riserva, che ha ottenuto il riconoscimento DOCG nel 2011,  viene prodotto, nella provincia di Ancona, nei comuni di Arcevia, Barbara, Belvedere Ostrense, Castelbellino, Castelplanio, Corinaldo, Cupramontana, Maiolati Spontini, Mergo, Montecarotto, Monte Roberto, Morro d'Alba, Ostra, Poggio San Marcello, Rosora, San Marcello, San Paolo di Jesi, Senigallia, Serra de' Conti, Serra San Quirico e Staffolo, in provincia di Macerata, nei comuni di Apiro, Cingoli e Poggio San Vicino.
Vitigno
Anche classico: min. 85% verdicchio, possono concorrere altri vitigni a bacca bianca, presenti in ambito aziendale, idonei alla coltivazione nella Regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente per un massimo del 15%.
Tipologie
Castelli di Jesi Verdicchio Riserva
Calice e servizio
Il calice a forma semiovoidale allungato verso il bordo, sottilissimo, incolore, a stelo slanciato, consente di esprimere al meglio profumi (di frutta e fiori) del vino, presenti in gioventù. Va servito ad una temperatura di 10-12 °C. Se degustato come aperitivo, la temperatura ottimale è di 8-10 °C.
Abbinamento con i cibi
Si abbina alla cucina marinara: antipasti di pesce anche crudo, paste/risotti/zuppe di pesce, grigliate miste di pesce, pesce arrosto in particolare pescatrice, rombo, spigola. Accompagna anche le carni bianche, in particolare il coniglio.
Colli Maceratesi
Nella zona tra lo Jesino e il Fermano (una zona che comprende tutti i Colli Maceratesi) i vigneti sono notevolmente compositi; tanto è vero che esistono molti tipi di vini elogiati dagli esperti. Il Colli Maceratesi Doc è il risultato di un lungo ed ininterrotto processo di trasformazione e trasmigrazione. Il territorio, terminata la presenza dell’Impero Romano, verrà assegnato alla Chiesa che dà inizio al 7 Potere Temporale del Papato. La sua influenza viene rafforzata dall’insediamento nel territorio di potenti Ordini monastici nelle numerose Abbazie tuttora presenti ed alcune ancora operanti nella sfera religiosa. In questa nuova dimensione della vita associata si deve ai monaci abbaziali la rinascita dell’attività agricola che introduce la conduzione economica della terra compresa la gestione delle vigne e la trasformazione vinicola. Nel periodo rinascimentale la vite riprende un suo ruolo nell’economia rurale e nella società. Lo sviluppo del rapporto mezzadrile vede nell’area maceratese la sua massima espressione e lega il capitale ed il lavoro allo sviluppo rurale del territorio. I mezzadri, i coltivatori diretti, per soddisfare l’autosufficienza alimentare, hanno piantato vigneti per avere il “vino di casa” ovunque e le viti sono state allevate nelle forme atte a produrre quantità, trascurando la qualità. Sorge così quella viticoltura promiscua di piano e di collina, oggi sostituita dalla coltura specializzata. La scomparsa della mezzadria reca con sé anche la modifica delle sistemazioni arboree non più compatibili con la moderna agricoltura e, pertanto, superate. Fino all’inizio del ‘900 la gamma dei vitigni allevati era estesa e disparata ma con il rinnovo degli impianti viene effettuata una selezione verso le varietà piene di tradizione e di qualità. In questo quadro i produttori sono stati indotti a passare ad un vino da monovitigno per cui prende interesse nel territorio il vitigno Maceratino cui fa seguito la richiesta della denominazione così che le strutture di trasformazione vinicola nel territorio si espandono venendo meno quella forma di vinificazione “casalinga” conseguente alla ripartizione del prodotto al 50% tra proprietà e mezzadro. Il comprensorio collinare maceratese, al di sotto di 450 metri di altitudine, esclusi fondovalle e zone di pianura, ospita sulle zone più vocate, al riparo dai venti del sud e dai ritorni di gelo primaverili del nord, gli impianti viticoli del vino Colli Maceratesi. La zona di produzione comprende, in provincia di Ancona, i terreni vocati alla qualità che ricadono nel comune di Loreto, in provincia di Macerata, i terreni vocati alla qualità che ricadono nell'intero territorio della provincia di Macerata. Il Colli Maceratesi viene prodotto nelle tipologie Bianco (anche Passito e Spumante), Ribona (anche Passito e Spumante), Rosso (anche nelle tipologie Novello e Riserva), Sangiovese.
Vitigno
Bianco, Spumante, Passito: min. 70% Maceratino (Ribona o Montecchiese), max. 30% Incrocio Bruni 54, Pecorino, Trebbiano toscano, Verdicchio, Chardonnay, Sauvignon, Malvasia bianca lunga, Grechetto per la sola provincia di Macerata, da soli o congiuntamente, possono concorrere altri vitigni, non aromatici, a bacca bianca idonei alla coltivazione nella regione Marche max. 15%; con menzione del vitigno bianco (anche Spumante, Passito): Ribona min. 85%, possono concorrere altri vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella Regione Marche max. 15%; Rosso, Riserva, Novello: Sangiovese minimo 50%, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Ciliegiolo, Lacrima, Merlot, Montepulciano, Vernaccia nera, congiuntamente o disgiuntamente, max. 50%; possono concorre altri vitigni a bacca nera, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione Marche max. 15%;  con menzione del vitigno rosso: Sangiovese min. 85%, possono concorre altri vitigni a bacca nera, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente, max. 15%.
Tipologie
Colli Maceratesi Bianco
Colli Maceratesi Bianco Passito
Colli Maceratesi Bianco Spumante
Colli Maceratesi Ribona
Colli Maceratesi Ripona Passito
Colli Maceratesi Ribona Spumante
Colli Maceratesi Rosso
Colli Maceratesi Rosso Novello
Colli Maceratesi Rosso Riserva
Colli Maceratesi Sangiovese

Calice e servizio
8-10 °C per il bianco, 15-16 °C per il rosso, in calici sottili da degustazione.
Abbinamento con i cibi

Il Colli Maceratesi bianco si propone per esaltare il gusto di molluschi bivalvi crudi a tendenza dolce e poco grassi, di riso e minestre con salse bianche ricavate da molluschi, crostacei, pesci, vegetali ed altre componenti delicate. Si accosta anche a carni bianche di animali di bassa corte in elaborazioni culinarie e cotture leggere. Vino caldo, ma non eccessivamente impegnativo, il colli Maceratesi rosso si presta a svariati abbinamenti, dai salumi alla pizza con formaggio, dai vincisgrassi ai piatti a base di carne bianche, come il coniglio in porchetta o il pollo in casseruola.
MATELICA - Peculiarità matelicesi
Chi percorre, camminando o correndo, sette giri intorno alla fontana di piazza Enrico Mattei, sotto la supervisione di un addetto dell'Associazione Pro Matelica, viene premiato con la Patente da mattu. Tale tradizione deriva da un'antica legge degli Ottoni, che obbligava tutte le persone andate in fallimento a fare dodici giri intorno alla fontana gridando: «Io ho ceduto alli miei beni et per questo nisiuno mai più me creda».
« Se a Matelica chiudessero le porte, sarebbe un manicomio »
(Sisto V)
Il vicolo Orfanelle, nel Centro Storico, è conosciuto dai più come vicolo Basciafemmine, ovvero baciafemmine. La sua natura tortuosa permetteva, infatti, di appartarsi non visti.
I soprannomi hanno avuto un'importante funzione in paese, identificando persone o intere famiglie. Spesso non sapere il soprannome della propria famiglia significava l'impossibilità di essere identificato dagli altri. I soprannomi erano personali, come quello di un barbiere dalla mano poco ferma detto Brodoló, o di intere famiglie: così chi è soprannominato Bajóccu non sarà mai un Valentinéllu o un Masció, nonostante lo stesso cognome.
Le quattro statue che gettano acqua nella fontana di piazza Enrico Mattei sono posizionate in direzione dei punti cardinali e i matelicesi hanno dato loro affettuosi soprannomi: La Sirena a nord, Maccagnano a est, Biutino a sud e La Veloce a ovest.
Festival Internazionale del Folklore

Uno degli eventi principali dell'estate matelicese è il Festival Internazionale del Folklore. Nato dall'esigenza dell'Associazione Folklorica "Città di Matelica" di realizzare scambi culturali con altre formazioni italiane o straniere, esso rappresenta un momento di incontro tra culture e religioni diverse, unite in un grande spettacolo di suoni e di colori, un appuntamento con le danze e le voci di tutto il mondo. Il Festival, organizzato dall'Associazione Folklorica "Città di Matelica", con la partecipazione del Comune di Matelica, della Regione Marche e della Comunità Montana Alte Valli del Potenza e dell'Esino, e la collaborazione dell'Associazione Pro Matelica, si tiene ogni anno tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, e si svolge nell'arco di sei serate, durante le quali gruppi provenienti da diverse parti del mondo si esibiscono in balli e canti tradizionali. Oltre agli spettacoli, i visitatori possono sostare negli stand gastronomici e assistere a una serata di teatro dialettale. Di solito viene anche allestita una piccola mostra dell'artigianato. Il Festival del Folklore è un evento di notevole valenza socio-culturale e un momento di integrazione e di scambio tra popoli ed etnie portatrici di usi, costumi e tradizioni differenti fra loro, e rappresenta un valido modo per far apprezzare e mantenere vive le antiche tradizioni e le culture dei vari popoli.
MATELICA - Monumenti e Luoghi d'interesse

Monumenti e luoghi d'interesse
Architetture religiose
Concattedrale di Santa Maria Assunta
Chiesa della Beata Mattia. Costruita nel 1255, dell'antica fattura non rimane più nulla; il più antico segno è il campanile, databile nel XV secolo, mentre sono evidenti gli interventi ristrutturali operati nel tempo, che hanno dato alla chiesa uno stile barocco, quasi rococò. Ad essa vi è annesso il monastero delle clarisse più antico di Matelica, e anche il più famoso per il ricordo della Beata Mattia Nazzarei (1253-1320), che lì visse santamente. Il monastero e la chiesa vantano tele di pregevole esecuzione. Particolarmente apprezzabili sono la Croce del XIII secolo, dipinta da un anonimo marchigiano, una Madonna col Bambino di fine XIII secolo e un'altra del XV secolo attribuita al cosiddetto Maestro della Culla, appartenente alla cerchia di Gentile da Fabriano. Sotto l'altare della chiesa si conserva e si venera, ancora oggi, il corpo della Beata Mattia.
Chiesa di San Francesco. Sorge sulla piazza omonima. L'edificio primitivo (1240-'60) era in stile romanico, come si arguisce dal portale e dalla trifora, ora nascosta dietro l'attico. L'attuale prospetto, rimaneggiato e incompleto, risale alla prima metà del sec. XVIII, mentre la scalinata è del 1970. Nell'atrio del muro, a destra, c'è una piccola lapide, con figura in rilievo di un ecclesiastico in paramenti sacri e con le braccia allargate. La scritta sopra il capo (S: DOPI: LAPI) è interpretata: SIGNUM DOMINI LAPI (Sigillo del signor Lapi) e questo rappresenterebbe un abate dell'antico Monastero di Roti, nei pressi di Braccano. Giovanni Serodine, già negli anni 1623-1625, fu attivo nella decorazione pittorica e in stucco della cappella Mozzanti. Nell'interno, la navata, in leggero barocco (prima metà del Settecento), s'impone per affascinante grandiosità e per notevoli opere d'arte: confessionali in noce a colonnine tortili del Seicento, Viae Crucis, eseguite tra il 1740 e il 1750, medaglioni dei primi decenni dell'Ottocento, attribuiti al francescano padre Antonio Favini (1749-1843), una tela di Marco Palmezzano del 1502 (Madonna col Bambino sul trono). Sulle pareti del coro, interessanti frammenti di affreschi di scuola giottesco-marchigiana con Storie della vita di san Francesco.
Chiesa del Suffragio o delle Anime purganti. Con la sua mole proporzionata ed elegante, domina la piazza Enrico Mattei, completandone l'armonia tra gli edifici che la contornano. Sorse nel 1690 con le offerte dei cittadini sull'area di una chiesa più antica dedicata a San Sebastiano, patrono della città. Fu consacrata nel 1715. A croce greca, nella sua misurata eleganza racchiude dei buoni quadri, tra cui il Crocifisso ed Anime Purganti di Salvator Rosa. Nella cappella a sinistra è collocata una statua di San Sebastiano,di fattura rinascimentale, datata 1585. In sagrestia vi sono due quadri con parti napoletane, databili alla fine del Seicento, e raffiguranti la Madonna con S. Francesco di Paola il primo e la Madonna e Santi il secondo, un tempo collocati sugli altari laterali della chiesa. Merita considerazione anche un'immagine della Madonna della Misericordia, posta su un antiestetico ornamento, un tempo oggetto di particolare devozione. L'organo, di modeste proporzioni, è opera del Fedeli.
Chiesa di Sant'Agostino. Risale al XIV secolo; la facciata si orna di un ricco portale romanico, inclinato in avanti, unico resto della primitiva costruzione. L'interno, rinnovato nel XVII secolo, è a pianta basilicale a tre navate su pilastri, sovrastato da cupoletta. Nel presbiterio, a destra, Noli me tangere, tela di Ercole Ramazzani; a sinistra, Cristo sotto il torchio, tela seicentesca d'ignoto, d'eccezionale iconografia. In fondo alla navata sinistra, Madonna col Bambino e santi, tela del Ramazzani, firmata e datata 1588; sull'altare del transetto sinistro, Estasi di San Francesco attribuita al Guercino; al terzo altare sinistro, Crocifisso ligneo intagliato del XV secolo.
Chiesa di San Filippo. Fu edificata a metà del XVII secolo per generosità del matelicese Ottaviano Grassetti nei confronti dei Padri Filippini che, giunti a Matelica nel 1640, vivevano in stretti e vecchi spazi. L'esterno della facciata si presenta in mattoni con richiami borrominiani; il prospetto posteriore presenta un luminoso e vivace punto di vista architettonico. Tutti gli elementi d'eccessivo barocchismo sono opera del primo restauro effettuato un secolo dopo la sua prima costruzione. All'interno si trova il pregiatissimo Crocifisso, proveniente dalla vicinissima Chiesa di San Giovanni, opera quattrocentesca di scultura lignea. In onore di quest'ultimo si svolgono a Matelica le Feste Triennali, durante le quali si venera il Crocifisso che è portato di sera in sera in tutte le chiese matelicesi. Altre pregevoli opere presenti nel tempio sono un San Filippo, già sull'altare maggiore, che adora la Vergine di Emilio Savonazzi (1580-1660), la Madonna dello Scalpore e altre pitture di scuola romana del Seicento e de Settecento. Inoltre, prezioso è il capolavoro di Pierleone Grezzi, di cui si conserva, nel Museo Piersanti, una stampa del 1725 illustrante il Concilio Lateranense, relativo al miracolo di San Filippo, raffigurante il cardinale Orsini salvato dal terremoto.
Chiesa di Santa Teresa. Risale alla metà del XVII secolo (la sua costruzione è durata dal 1695 al 1712). Dopo un testamento, divennero proprietari i Carmelitani Scalzi, grazie alla rinuncia dei Gesuiti al fine di smentire a loro danno a seguito dell'uccisione del benefattore Conte Pellegrini. Nel 1823 la chiesa passò ai Padri Filippini, quindi nel 1842 ai Silvestrini che, tuttora, ne hanno il possesso. La chiesa è di stile barocco. Di buona mano è la tela dell'altare; pregevoli sono anche due preziose tavole, esposte in sacrestia, attribuite a Ludovico Urbani. Dopo il terremoto del 27 settembre 1997, fu restaurata negli anni 2001-2002 e inaugurata solennemente il 15 ottobre.
Chiesa di San Rocco. Poco distante dall'ormai demolita Porta della Valle, sorse nel 1529. Le ridotte dimensioni la qualificano immediatamente come cappella votiva edificata dalla comunità per impetrare l'allontanamento della peste. L'impianto planimetrico è a croce greca con un soffitto a crociera composita stellare. Un recente restauro ha eliminato la tinteggiatura scoprendo il mattoncino con un procedimento che, se esalta le caratteristiche strutturali del tempietto, non rispetta molto la realtà storica dell'edificio, che appartiene al secolo XVI. Modificato dunque l'interno nelle sue caratteristiche coloristiche, rimane interessantissima la struttura esterna, dalla quale traspare la dinamica costruttiva dell'insieme: un cubo inserito in un impianto a croce greca. Ne deriva una scansione tripartita dei muri perimetrali in profondità, scansione ripetuta su tutte e quattro le fronti del tempio. Si qualifica dall'esterno come struttura organicamente articolata nell'ambito di un sistema composto che prevede una forte spinta dinamica all'interno di un telaio rigidamente geometrico.
Chiesa di Regina Pacis. Voluta fortemente dal Parroco Franco Paglioni, e progettata dall'architetto Piero Sampaolo, la chiesa è stata consegnata ai propri fedeli l'8 dicembre 2000. La sua struttura è completamente in cemento armato, l'esterno è in mattoncino e il tetto in legno.
Monastero di Santa Maria Nuova. Sorge appena fuori delle mura castellane, dalla parte del quartiere della Vecchia. La chiesa fu completamente ricostruita nei primi decenni del secolo XVIII, utilizzando, però, gli elementi d'arredo sacro della chiesa precedente. In questo modo si è salvato, ed è tuttora visibile, il prezioso altare ligneo attribuito a Paris Scipione. Il monastero fu trasformato in Ospedale per invalidi nel 1870 e ancora oggi ospita una Casa di Riposo per anziani.

Architetture civili
Palazzo comunale. L'edificio, di proprietà della famiglia Scotti di Narni, parenti stretti degli Ottoni, fu acquistato dal Comune di Matelica nel 1606 per avere uffici più funzionali. Al momento dell'acquisto, il palazzo presentava gravi danni alle strutture principali, che mettevano in serio rischio la sua stabilità e la sua permanenza nella piazza principale. Solo alla fine del secolo XIX, dopo un duro lavoro di noti architetti, il palazzo divenne una realtà stabile e sicura. All'interno del palazzo si possono ammirare la lapide di Caio Arrio e una tela raffigurante Sant'Onofrio di Salvatore Rosa. Sotto lo stemma del comune è rappresentata la vergine lauretana protettrice della città. Inoltre, il comune vanta anche il possesso di una raccolta di disegni del ritrattista matelicese Raffaele Fidanza (1797-1846).
Palazzo del Governatore o dei Pretori e Torre civica. Il nome nacque dalla residenza nel palazzo, costruito su ordine di Ottone IV, del Luogotenente imperiale. Molte sono state le ristrutturazioni, sicuramente non tutte rispettose dello stile originario, ma ciò nonostante il palazzo offre alla piazza principale una nota positiva in più. Accorpata all'edificio è la Torre Civica, la cui base, per alcuni, potrebbe essere contemporanea dell'edificio, mentre per altri potrebbe risalire a un'epoca antecedente il 1175. La torre fu sopraelevata alla fine del XV secolo e successivamente, nel 1893, fu allargata alla base per problemi di stabilità.
Palazzo Ottoni. Fu costruito nel 1472, per conto di Alessandro e Ranuccio Ottoni, dagli architetti Costantino e Giovan Battista da Lugano. Il palazzo rinascimentale è antistante la Piazza Enrico Mattei e contribuisce a renderla originale per la pluralità stilistica degli edifici che la circondano. Sul retro è presente un cortile che, tramite una loggetta aerea ancora presente, lo collegava a un'altra proprietà della famiglia.
Teatro comunale "Giuseppe Piermarini". Risale al 1805. La sua struttura è a palchetti, tre ordini più il loggione; ha un aspetto molto elegante. La progettazione si deve al celebre Giuseppe Piermarini, che fu architetto della Scala di Milano, mentre le decorazioni pittoriche, databili tra il 1810 ed il 1812, sono da attribuire al pittore Spiridione Mattei. Presso il teatro si conservano reperti archeologici relativi a resti d'abitazione dell'età del ferro e a un impianto termale d'epoca romana (I-II secolo d.C.). Il teatro è stato inaugurato nel 1812 col l'esecuzione di tre melodrammi, Ser Marcantonio di Stefano Pavesi, Oh, che originale di Giovanni Simone Mayr e Il filosofo sedicente di Giuseppe Mosca. Oggi ospita la stagione teatrale della città e molti altri eventi. Nel suo foyer, recentemente rinnovato, ha sede un'enoteca del Verdicchio di Matelica, che promuove il premiatissimo vino.

Il globo di Matelica
Globo di Matelica. Il Globo di Matelica è una sfera di marmo bianco cristallino scoperta nel 1985 e rappresenta un singolare modello di orologio solare giunto a noi dall'antichità. Il marmo con cui è stato realizzato è greco e proviene forse dalla cava di Afrodisias (zona di Efeso), oggi Turchia. Si tratta di un marmo particolare, composto da grossi cristalli, che luccicano quando sono esposti ad una fonte di luce. La sua circonferenza misura 93 cm, molto vicina a quella di due "cubiti fileterei" (un cubito filetereo corrispondeva a 46,83 cm), da cui si ricava il diametro che è di 29,6 cm, che, guarda caso, corrisponde esattamente a quella di un "piede attico". La sfera è divisa esattamente a metà da un'incisione, allo stesso modo di come l'equatore divide la Terra. L'emisfero superiore è a sua volta diviso a metà da un altro solco, che interseca un foro, situato approssimativamente sulla sommità del Globo, e il centro di tre cerchi concentrici (calotte sferiche) di vario diametro. Queste tre circonferenze sono a loro volta intersecate al proprio centro da un arco di cerchio avente il raggio di misura uguale a quello più grande. Attorno a queste circonferenze sono ancora visibili delle parole incise in antico alfabeto greco; sulla sommità dell'emisfero superiore sono presenti tredici fori, di cui tre, quello sommitale e i due posti lungo il solco che divide a metà il Globo, hanno un diametro superiore agli altri. Accanto a ogni foro sono state incise altrettante lettere dell'alfabeto greco antico. Infine, nella parte inferiore del Globo è stata scavata una depressione conica terminante in un grosso foro rettangolare, che serviva a fissare la sfera su una base. Il Globo è costruito per funzionare a una latitudine di circa 43º, come quella di Matelica, e di conseguenza esso è stato creato proprio per la città. Perché sia stato fatto, da chi, e come mai i greci si siano interessati tanto a Matelica resta un mistero.

Murales a Braccano
Murales di Braccano. A Braccano, la più grande frazione del comune, posta sulla strada che da Matelica giunge al Monte San Vicino, sono presenti dei murales. Essi, di origine recente, voluti dall'amministrazione comunale, sono stati eseguiti dagli allievi delle accademie di Brera, Urbino e Macerata sui muri esterni delle case, delle stalle e dei fienili presenti nella frazione. Ad oggi sono presenti oltre cinquanta murales, dipinti in tempi diversi.
Musei
Museo Piersanti. Fiore all'occhiello della città, è uno dei più belli della regione. Affonda la sua origine nel sec. XVII, allorché mons. Venanzio Filippo Piersanti, nato a Matelica nel 1688, iniziò all'interno del suo palazzo una raccolta d'oggetti d'alto valore storico-culturale e artistico. Il palazzo è donato, nonostante tutto quello che esso già abbondantemente e di notevole valore conteneva, grazie a un testamento nel 1901, per opera della marchesa Teresa Capaci Piersanti, al Capitolo e alla Cattedrale di Santa Maria. Tutti gli oggetti contenuti nel palazzo avevano in comune solo il carattere della pregevolezza, spaziando in ogni campo e settore, dalla pittura alla scultura, dall'artigianato alla stampa, e molto altro. È per quest'accostamento irrazionale d'opere e d'oggetti, anche pezzi archeologici, che il museo ha acquistato una caratteristica e un'originalità del tutto proprie e interessanti. Con il passare degli anni il museo si è gradualmente arricchito di tele, pitture e sculture, grazie all'apporto di varie chiese locali, delle Confraternite, del Comune e, di recente, per il dono del pittore locale Diego Pettinelli, consistente in centoquindici pastelli con vedute di Matelica, e con un campionario di stoffe e di merletti di gran valore appartenenti alla famiglia Murani Mattozzi di Matelica, di alcuni abiti di Seicento, Settecento e Ottocento. Negli ultimi anni è stata aperta al pubblico la nuova Stanza degli argenti. Il museo si presenta lungo un itinerario comprendente tre sale a piano terra e ben sedici al primo piano, e ospita anche diverse curiosità; tra queste, le stanze del palazzo legate più alla quotidianità, dalla cucina ai locali per la vinificazione: se il frantoio è andato perso, le cantine con relative attrezzature hanno conservato l'assetto originario. Mancano molti oggetti d'uso quotidiano, di cui un meticoloso inventario redatto nel 1763 fornisce tuttavia interessante testimonianza. Oltre agli oggetti da cucina, agli attrezzi per realizzare insaccati suini e a quelli per fare il pane, sono inventariati, sempre in un registro settecentesco, i capi di bestiame allevati nelle fattorie.

Museo archeologico. Il museo è allestito all'interno di Palazzo Finaguerra, edificio storico, ubicato nei pressi del complesso monumentale di San Francesco. Il palazzo risale, nel suo aspetto attuale, a un periodo che va dalla fine del XVIII all'inizio XIX secolo, periodo in cui sono state realizzate anche le decorazioni pittoriche degli ambienti del primo e del secondo piano. Il museo espone reperti archeologici provenienti da Matelica e dal suo comprensorio; questi coprono un arco cronologico piuttosto ampio, che va dalla Preistoria fino al Medioevo e all'età rinascimentale. Particolarmente rappresentata è la fase relativa alla civiltà picena, con i ricchi corredi delle tombe di VIII-VII secolo a.C. Di particolare rilievo sono le tombe della fase "orientalizzante" (fine VIII-inizio VI secolo a.C.). Di eccezionale interesse, anche per la sua rarità, è l'orologio solare sferico in marmo con iscrizioni in greco, noto come Globo di Matelica, datato tra il I e il II secolo d.C.


MATELICA
Origini e storia romana
Le origini della città di Matelica risalgono al Paleolitico. Gli umbri, popolazione indoeuropea, già nel 2000 a.C. si erano stanziati nella valle del fiume Esino, dove sorge la città. La nascita vera e propria del centro abitato è fatta risalire all'incontro delle popolazioni umbre con quelle picene. I piceni, popolo proveniente dall'Abruzzo e dall'ascolano, costruirono il primo centro abitato vero e proprio, sfruttando i già presenti insediamenti primigeni.
Con l'arrivo dei Romani, la città subì un rapido cambiamento; dopo la battaglia del Sentino (295 a.C.), svoltasi a pochi chilometri da Matelica, la città fu assoggettata ai nuovi conquistatori. Le terre contigue alla città furono spartite tra i legionari veterani e ci fu un rapido processo di romanizzazione di tutta la zona.
Dopo la guerra sociale, la cittadinanza romana fu estesa prima ai Latini, poi agli Umbri e in seguito a tutta la penisola; nel 70 a.C. Matelica divenne municipio Romano, costruendo la propria struttura politica sulla riga di quella dell'Urbe: comandata da un duumviro, coadiuvato da cinque censori e da un Protettore che difendeva i diritti della città presso Roma.
Matelica fu iscritta alla tribù Cornelia e nel 101 d.C. la città ospitò l'imperatore Traiano in partenza per la Dacia da Ancona. In seguito, il generale Caio Arrio Clemente, che aveva visitato la città a seguito dell'imperatore, sarà nominato Curatore del municipio.
Con l'avvento della cristianità sull'impero, Matelica fu sede vescovile sin dal 400 d.C. Il vescovo rimase l'unica autorità dopo la caduta dell'impero: la città si ritrovò soggetta a incursioni dei barbari e la popolazione soffrì la fame per le carestie e le invasioni. Nel 552 la battaglia tra Totila e Narsete a Gualdo Tadino fu decisiva per il futuro della città. La sconfitta dei goti fece fuggire il loro re, che arrivò a Matelica dove morì e fu sepolto. I bizantini che lo inseguivano raggiunsero la città e la annessero al loro impero. Fino all'invasione dei Longobardi, la città visse un piccolo periodo di pace e prosperità. I nuovi invasori, sconfitti i bizantini, la distrussero nel 578 d.C. Da quel momento la città passò sotto la diocesi di Camerino.
Alto Medioevo
Con l'arrivo dei Franchi, la città fu ricostruita e, dopo l'800 d.C., come molte altre città, fu assoggettata a dei Conti, che rappresentavano l'imperatore del Sacro Romano Impero e poi il re d'Italia. La città, pur se formalmente sotto il dominio della Santa Sede, fu incorporata nella Marca di Ancona e soggetta quindi al potere imperiale. Il più famoso di questi, il conte Attone, guidò, nel 964 d.C., una parte delle truppe di Ugo re d'Italia contro quelle del Duca di Spoleto, Ascaro, presso Camerino, dove entrambi persero la vita.
Il comune (1100-1200)
Piazza Enrico Mattei, la loggia adiacente al Palazzo del Governatore.
Quando l'Imperatore Federico Barbarossa tornò in Germania, Matelica si ribellò all'impero e scacciò i conti Ottoni, famiglia con capostipite il conte Attone di cui sopra, e si costituì libero comune, sorretto da due consoli di origine nobiliare. Il ritorno dell'imperatore in Italia provocò nuove guerre nella Marca e l'Arcivescovo di Magonza Cristiano, fedele al papa Alessandro III, rase al suolo la città nel 1174. La comunità, però, venne a patti con i figli del conte Attone, che giurarono fedeltà e si impegnarono a proteggerla; in questo modo la città fu ricostruita, grazie anche all'appoggio dell'Imperatore Federico II di Svevia, pacificatosi con il papa nel 1185. Il conte Attone (discendente del conte di cui sopra) non si arrese e, sfruttando la volontà di espansione della vicina Camerino, costruì una lega tra questa e i comuni di Fabriano, San Severino, Tolentino, Cingoli, Recanati e Civitanova. Attaccati da nord e sud,i matelicesi furono sopraffatti e la città distrutta per la terza volta nel 1199. Gli abitanti furono dispersi e vissero fuggiaschi tra i vari monti della zona. Appellatisi all'imperatore Ottone IV, nel 1209, ottennero il permesso di ricostruire la città e, grazie al forte potere militare di Francesco d'Este, nominato curatore della Marca di Ancona, vi riuscirono. Dopo la ricostruzione, il paese era stato chiamato Nuovo Castello di Sant'Adriano, ma il vecchio nome tornò presto in auge. Le lotte con gli altri comuni limitrofi continuarono per tutto il tredicesimo secolo: diverse volte i matelicesi si scontrarono con Fabriano e, soprattutto, con Camerino, mentre una forte alleanza fu stretta con San Severino. Nel 1259, dopo una provocazione di Camerino, i matelicesi presero posizione tra i Ghibellini a favore di Manfredi e, con le truppe di questi, comandate da Percivalle Doria, distrussero la città, vendicando la distruzione di sessanta anni prima. Matelica si dichiarò eternamente fedele al Re e, alla morte di questi, non esitò a imprigionare un ambasciatore papale pur di mantenere la parola. Clemente, allora, tassò la città pesantemente, pena la distruzione, e obbligò i matelicesi ad accettare un Podestà di nomina papale. Sotto le pesanti gabelle, la città si impoverì rapidamente, contraendo debiti con gli altri paesi. Nel 1273 i matelicesi furono costretti a creare una truppa per soffocare la rivolta antipapale a Jesi, e per i successivi trent'anni combatterono quasi incessantemente con la vicina Camerino per la costruzione di castelli, per ridefinire i confini e per la volontà di questi di vendicarsi della distruzione subita.

Trecento
Nei primi anni del Trecento, Matelica stipulò un'alleanza di natura militare e amministrativa, sotto la supervisione del governatore pontificio, con le città di Fabriano, Camerino e San Severino. Le quattro contraenti si impegnavano a prestarsi reciproco soccorso e aiuto, oltre a rispettare gli editti delle altre. Ciò non impedì alcune scaramucce, ma la rinnovata pace permise alla città di poter dedicarsi più volte alle rivolte intestine allo Stato della Chiesa, schierandosi talvolta con i Guelfi e talaltra con i Ghibellini. Il Comune era retto, oltre che dal Podestà, dal Capitano del Popolo e dal Consiglio degli Anziani; al governo della città partecipavano dei Rettori e dei Consiglieri delle varie corporazioni artigianali costituenti il nucleo principale del Consiglio cittadino. Esse erano nove: Notari, Mercanti, Calzolai, Fabbri, Tornitori, Lanaiuoli, Falegnami, Sarti e Muratori. In questo periodo si formarono le Società e Compagnie d'Armi, per la difesa e la sicurezza della città. Nel frattempo, gli Ottoni si ristabilirono a Matelica e iniziarono a intromettersi sempre più profondamente nella vita politica.

La signoria degli Ottoni
Loggetta degli Ottoni
Alla fine del Trecento il vicariato della città fu affidato dal papa Bonifacio IX agli Ottoni. Questa famiglia, in un primo tempo, lasciò invariata la struttura comunale, per poi lentamente sopprimerla e accentrare tutti i poteri su di essa. Gli Ottoni Iniziarono una riforma fiscale, promossero lo sviluppo dell'industria della lana, della tintoria e della concia, restaurarono le mura, costruirono il campanile della cattedrale, soprattutto sotto la guida di Alessandro Ottoni, e tentarono più volte di definire una volta per tutte i confini con San Severino e Camerino. All'inizio del sedicesimo secolo ampliarono pure i commerci e le strade, tanto che si potevano contare ben centodieci mercanti in città. Alcune scelte di natura ecclesiastica, però, irritarono il popolo e con la signoria di Anton Maria Ottoni iniziò il malcontento generale, dovuto soprattutto all'eccessiva crudeltà e tirannia di quest'ultimo, che non esitava a incarcerare e uccidere i suoi avversari politici. A causa della condotta tirannica, i rapporti con i matelicesi si erano fatti talmente tesi che alcuni cittadini, nel febbraio del 1545, ordinarono una congiura con lo scopo di uccidere alcuni membri della famiglia, ma il complotto fu scoperto da un tale Falcone da Falconara. Dopo tante lotte, anche interne alla famiglia, e numerosi viaggi di delegazione dei cittadini a Roma, alla fine, nel 1576, papa Gregorio XIII spogliò definitivamente gli Ottoni del vicariato. Nel 1578 Nicolò d'Aragona, governatore generale della Marca, prese possesso della città in nome della Sede Apostolica. Matelica fu così governata da un Commissario Apostolico inviato dal Papa.

Dopo la signoria
Con Paolo V, nel 1618, Matelica fu affidata a un Governatore indipendente da quello della Marca, con piena giurisdizione, e per questo riconoscimento lo stemma di Paolo V Borghese fu innalzato sulle porte dei principali edifici pubblici. Si conservò l'antica divisione della città in quattro quartieri: Santa Maria, Campamante, Civita e Civitella. A capo d'ogni quartiere fu posto un Priore, facente parte di diritto del Consiglio generale. L'amministrazione della Città era retta da un Gonfaloniere e tre priori, eletti nel Consiglio generale. La popolazione accettò pacificamente il nuovo governo, nel quale vide un periodo di pace dopo secoli di lotte intestine. Nel 1692 la cittadinanza si riappacificò con i conti Ottoni, nominandoli cittadini onorari, e nel 1761 la città fu ricreata sede vescovile, retta con la stessa importanza insieme a Fabriano.

L'epoca napoleonica e il Risorgimento
L'arrivo dei francesi guidati da Napoleone soppresse il vescovado e, con la liberalizzazione dei commerci introdotta, la città subì un forte declino industriale, soprattutto nel settore della lana. Il ritorno sotto lo Stato Pontificio fu quasi un sollievo per la popolazione, che tuttavia issò le bandiere tricolori durante i moti del 1848 sul Palazzo del Comune per solidarietà ai rivoltosi di tutta Italia. Dopo la battaglia di Castelfidardo, in città furono esposte ancora una volta le bandiere e, nel plebiscito, il "sì" all'unione al Regno D'Italia vinse a maggioranza schiacciante.

Dal Regno d'Italia ai giorni nostri
La nuova situazione riportò il libero commercio e l'attività da industriale divenne agricola, impoverendo parecchio tutta la popolazione. Furono molti i matelicesi a partire durante la prima guerra mondiale, e la città subì, come tante altre, parecchi lutti. Nel corso della seconda guerra mondiale, Matelica ospitò un battaglione di soldati italiani, che, dopo l'armistizio, furono nascosti dagli abitanti e, assieme ai giovani del luogo e ad alcuni soldati stranieri, formarono la resistenza locale. La guida spirituale dei partigiani, Don Enrico Pocognoni, fu ucciso dai nazisti nel famoso Eccidio di Braccano il 24 marzo 1944. Dopo la guerra, grazie all'interessamento di Enrico Mattei, l'attività industriale riprese prepotentemente e, assieme a essa, la valorizzazione del Verdicchio, che ha portato Matelica in tutte le enoteche del mondo.

Toponimo
L'origine del nome Matelica è oscura e si perde nelle nebbie del tempo: in tutto il mondo non esiste nessun altro luogo o città con questo nome, e rarissimi sono quelli che terminano con la stessa desinenza. Si attesta l'interessante assonanza con Mensa Matellica, frazione di Ravenna, sito risalente all'età del Bronzo[6]. Il nome potrebbe essere di origine celtica e significare paese dei prati, dal celtico matten, prato. Ancora più azzardata è una supposizione di origine greca, essendo i greci stabilitisi nella vicina Ancona: dal greco màthesis, studio, oppure, con più cognizione, metelis, luogo di delizie. Se si considera l'antico nome dialettale Matelga, allora potrebbe essere interessante considerare la parola teleg, che in molte lingue antichissime, come quelle semitiche, significa neve, e dunque luogo coperto di neve. Si potrebbe far risalire l'origine al latino, alla forma mater liquoris, madre delle acque, anche se nessun fiume nasce nel suo territorio e, soprattutto, Plinio il Vecchio chiama la città Matilica Matilicatis, e dunque il nome le era già stato assegnato.


Recenti studi identificano l'origine del nome come la traduzione celtica Mati-lika, probabile traduzione del toponimo sudpiceno Kupra Vepets, buona lastra di pietra.

domenica 30 ottobre 2016

I VINI DI FORLI’

I Vini della Romagna
Il vino in Romagna da sempre è simbolo di ospitalità e convivialità. Oggi tuttavia l'enologia romagnola vuol essere anche portavoce di un territorio, caratterizzandosi per l”offerta di qualità. Nella fascia collinare e pedemontana della Provincia
di Forlì - Cesena, grazie alla posizione favorevole tra Appennino e pianura, si è sviluppata una gloriosa tradizione vitivinicola, che si trova in una fase di interessante sviluppo qualitativo sia in vigna che in cantina. E l”impegno dei produttori locali per assicurare al vino romagnolo una rinnovata immagine ha trovato in tempi recenti riscontro in numerosi riconoscimenti ottenuti dalle etichette made in Romagna. Dei cinque vini romagnoli, due vitigni (Sangiovese e Trebbiano) sono i più diffusi nel territorio nazionale, padri maggioritari di molti vini, anche di grande pregio. Gli altri (Albana, Pagadebit e Cagnina) sono oltremodo peculiari del territorio della Provincia di Forlì - Cesena.

LA NUOVA DENOMINAZIONE “ROMAGNA”

L'8 ottobre 2011 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 235 il Decreto di riconoscimento della nuova denominazione di origine controllata dei vini “Romagna”.
Denominazione che, oltre a prevedere la modifica della DOCG Albana di Romagna in “Romagna Albana”, accorpa in un unico disciplinare, oltre all'Albana spumante, le DOC Sangiovese, Trebbiano, Cagnina e Pagadebit, variandone la denominazione in “Romagna Sangiovese”, “Romagna Trebbiano”, “Romagna Pagadebit”, “Romagna Cagnina”. Il disciplinare “Romagna” riunisce quindi tutte le attuali denominazioni, con l'obiettivo di salvaguardare e promuovere con maggiore efficacia, sul mercato nazionale e internazionale, i territori dei vini e ovviamente i prodotti a Denominazione di Origine.

ROMAGNA SANGIOVESE
Le prime notizie risalgono al lontano “600; si narra che durante un banchetto tenuto nel Monastero dei Frati Cappuccini in Santarcangelo di Romagna, alla presenza di Papa Leone XII ed illustri ospiti, fu servito questo vino prodotto dagli stessi monaci.
Il vino fu molto apprezzato e ne fu chiesto il nome. Un monaco, con prontezza di spirito, disse che il vino si chiamava “Sunguis di Jovis” = Sangue di Giove (Sanjovese). Col passare degli anni, questo vino assunse a simbolo della terra di Romagna, grazie anche ad attenti ed intelligenti produttori.
A livello nazionale le uve di Sangiovese da sole o associate ad altre, concorrono alla produzione di vini famosi quali il Brunello di Montalcino, i vari Chianti, Il Forgiano Rosso, il Rosso Conero e tantissimi altri. Il Sangiovese prodotto nell’area romagnola, negli ultimi dieci anni, ha riscontrato una visibile e costante crescita qualitativa, che nelle punte di eccellenza regge il confronto dei più famosi Sangiovesi sopracitati
Si dice che il Sangiovese della Romagna (Sanzve”s) contenga il carattere dei romagnoli: franco, esuberante, schietto robusto ed ospitale e nello stesso tempo ruvido, all’esterno, ma sincero e delicato, all’interno.
Il nuovo disciplinare della DOC prevede le tipologie novello, superiore e riserva. Il “Romagna Sangiovese” e il “Romagna Sangiovese Superiore” hanno un”unica zona di produzione, quella prevista attualmente per il Sangiovese di Romagna.
Per il “Romagna Sangiovese” tipo “riserva”, sono previste 12 sottozone: Bertinoro, Brisighella, Castrocaro – Terra del Sole, Cesena, Longiano, Meldola, Modigliana, Marzeno, Oriolo, Predappio, San Vicinio, Serra; la menzione aggiuntiva della sottozona aiuterà a qualificare ulteriormente i prodotti creando interesse alla conoscenza dei luoghi e delle tradizioni di questo importante vino.


E’ un signor vino, che si accompagna a: tutte le minestre (casalinghe) condite con ragù di carni, con arrosti misti e grigliate, con i classici”castrato” e “cosciotto d”agnello”, con selvaggina e cacciagione, nonché con stracotti e brasati.
LE OSTERIE ED I RISTORANTI A FORLI’

Osteria le Ombre di Forlì
L'Osteria le Ombre, situata nel centro storico di Forlì, deve il suo nome ad un antico modo di dire che si usava quando ci si rivolgeva all'oste per un bicchiere di vino, chiedendo un'ombra. L'ambiente è molto curato e di design tipicamente nord-europeo, unito ad una carta dei vini in grado di offrire oltre 350 tra le migliori etichette nazionali ed una quarantina di distillati da tutto il mondo. Un'illuminazione che non aggredisce ma accoglie, pochi tavoli ed il calore del legno di rovere con cui sono realizzati, oltre alle sedute, anche due enormi scaffalature dalla linea minimale, su cui le bottiglie sono in mostra come fossero oggetti preziosi, creano un ambiente perfetto per il relax del rito dell'aperitivo, per una cena romantica o per degustare al meglio un vino da contemplazione.  La cucina è tipica romagnola, con un menù che predilige la cucina senza fuoco, con piatti pensati proprio per valorizzare il protagonista assoluto del locale, il vino. Ecco quindi le selezioni di affettati, tra cui la coppa artigianale e il Culatello di Zibello, le degustazioni di formaggi accompagnate da miele, confetture e salse, o i piccoli assaggi di pesce, dal pesce spada allo sgombero alla catalana. L'Osteria le Ombre di Forlì dispone inoltre di diverse birre artigianali italiane spesso introvabili e complessivamente offre la disponibilità di 24 coperti.


Ristorante La Casa Rusticale dei Cavalieri Templari
Il Ristorante La Casa Rusticale dei Cavalieri Templari, collocato all'interno di un'antica Domus templare medievale oggi ristrutturata, è un ambiente rustico, caratteristico e molto suggestivo, dotato di un piacevole giardino interno in cui mangiare d'estate all'ombra di un bel pergolato. Tre le sale, del Sole, della Luna e Romagnola, ognuna calda, accogliente e fedele ricostruzione di un ambiente casalingo romagnolo di fine '800. La cucina è tipica locale, con piatti basati sulla tradizione romagnola leggermente rivisitata. Tra le specialità la frittata con vongole dell'Adriatico e zucchini, le tagliatelle al sugo matto, la faraona arrosto in pietra lavica con olive greche e erbette al prosciutto. Il Ristorante La Casa Rusticale dei Cavalieri Templari, situato a Forlì in provincia di Forlì Cesena, dispone inoltre di una buona cantina vini con selezione di circa 120 etichette in prevalenza italiane, con particolare attenzione a quelle romagnole. Curata anche la selezione di birre in bottiglia. Complessivamente il locale offre la disponibilità di 100 coperti, di cui 50 all'aperto.

Salumè
 rappresenta, più che un ristorante “quel posto dove ti senti bene”.
Ed in questo devo dire che i proprietari hanno ben catturato l’idea di Romagna più volte ribadita dall’istrionico Tonino Guerra (per chi non lo conoscesse l’anziano che in una famosa pubblicità gridava “Giovanni l’ottimismo è il profumo della vita”).
Un ambiente informale, in pieno centro a Forlì, con il giusto numero di coperti – una trentina – da garantirti un servizio veloce e curato.
Il locale è di quelli che apprezzo per quella ricercata  rusticità e una grande attenzione ai particolari, una grande vetrina in legno per mettere in bella mostra non solo vini ma anche prodotti gastronomici.
Il menù è composto da pietanze che seguono la stagionalità del tempo, con grande attenzione ai prodotti del territorio e tutto rigorosamente fatto in casa.
Sei amante della carne? Ti piace il pesce? Segui le nuove tendenze vegane?
No panic!
L’osteria offre ben 400 etichette di vini tra italiane ed estere. . .  sicuramente troverai quella più indicata per le tue papille gustative!

OSTERIA DON ABBONDIO
Cibo di qualità al giusto prezzo!
Questo graziosissimo locale rappresenta quello che secondo me dovrebbe significare proteggere il patrimonio culinario. Una qualità del cibo così alta è difficile da trovare: vi sono cibi tipici della cucina romagnola ma non solo; tutti i prodotti inseriti nel menù sono una garanzia di bontà.
Il locale si presenta abbastanza piccolo ma accogliente, semplice e intimo. Il personale si dimostra disponibile e cortese.
I vini sono di ottima qualità e gli ingredienti principali dei piatti sono in realtà semplici ma pregiati il cui gusto viene ben esaltato dalle particolari ed innovative ricette presenti nel menù.
Raccomando assolutamente di provare i formaggi. Il locale infatti ha ottenuto anche il premio per il "locale buon formaggio" e fa parte dell'associazione slow food per la tutela del buon cibo.
I prezzi sono medio-alti ma esattamente in linea con la qualità. Inoltre il locale si trova a pochi passi dai musei san domenico. Ci tornerò assolutamente!

OSTERIA SAN DOMENICO
Sapori romagnoli
Un graziosissimo posto dove provare piatti della cucina emiliano-romagnola vicino al complesso monumentale dei musei San Domenico a Forlì. Il posto è molto raffinato ma semplice, il locale ha sia una parte interna che un piccolo giardinetto esterno ricoperto di piante rampicanti che rende il tutto molto particolare e piacevole!
E' possibile ordinare sia carne sia pesce, io ho provato gli gnocchi al ragù bianco accompagnati da ottimo vino del luogo. Nel menù è possibile trovare le ricette tipiche della regione ma è anche possibile che vi siano dei piatti extra che variano ogni giorno soprattutto di pesce, buonissimo e fresco!
Ho provato anche i dolci che sono ottimi, come la meringata ai frutti di bosco o il tiramisù!
Il personale è gentilissimo e cordiale e sa ben consigliare.


Le Petit Arquebuse

Ottimo locale tra le vie del centro
Locale molto raccolto, caloroso e ben allestito. Ha sia una parte esterna che da su una delle strade principali del centro storico e sia una parte all'interno dove è presente anche un piccolo palco dove ogni sera diversi gruppi si esibiscono.
Il personale è molto disponibile, il menù vario e accessibile a tutti come prezzi. Io ho provato i ravioli alla zucca, buonissimi! Anche i secondi di carne sono ottimi, ben cotti e di ottima qualità.
Un ottimo posto dove fare aperitivi cene e dove poter anche sentire della buona musica.
Lo consiglio a chi si reca a visitare la città e non vuole spendere troppo ma mangiare cose tipiche e di qualità!

Le Tre Corti
Ristorante elegante
Nella mia breve visita a Forlì ho alloggiato presso il Gran Hotel Forlì e annesso all'albergo vi è questo elegante ristorante di cucina tipica romagnola.

L'ambiente è molto accogliente e raffinato, ben arredato e tranquillo. Il servizio molto buono così come la cucina. I prezzi non sono neanche troppo elevati se si considera il posto e la qualità dei piatti.
Da provare assolutamente la selezione di salumi della Romagna e la grigliata di carne. Per accompagnare il tutto con un buon vino rosso della zona.
Se vi trovate in città per qualche occasione fateci un salto anche se non alloggiate presso l'hotel. Ne vale veramente la pena!


FORLI' - i vini del territorio ed le cantine - 


La Tenuta Drei Donà sorge sulle antiche colline romagnole tra la città di Forlì, Castrocaro e Predappio in strategica posizione allo sbocco delle valli dei fiumi Rabbi e Montone, attorno a una delle torri di guardia che Caterina Sforza nel 1481 pose a difesa dei suoi territori.La tenuta appartiene ai conti Drei Donà dagli inizi del secolo, e da sempre è dedita alla produzione di uve sangiovese.

Con l’avvento dell’attuale proprietario Claudio Drei Donà, che ha abbandonato l’attività forense per dedicarsi a tempo pieno all’azienda, e poi anche di suo figlio Enrico, inizia una radicale opera di cambiamenti che imprimono una svolta decisiva ai circa 27 ettari della proprietà.

Dei 23 ettari vitali, la maggior parte è naturalmente dedicata al Sangiovese di Romagna, i cui vecchi impianti sono stati oggetto di un particolare studio e selezione che ha portato poi al loro restauro attraverso il reimpianto della selezione massale di Palazza.
 Da questi si ottengono la Riserva selezione “Pruno”, vero e proprio vino aziendale, ed il conseguente secondo vino Sangiovese “Notturno”. A fianco di ciò, da due piccoli vigneti, si producono anche lo Chardonnay & Riesling “Il Tornese” ed il Cabernet Sauvignon “Magnificat”, e da un micro appezzamento di vigna di appena 0,85 ettari coltivati con tre diverse uve si ottiene, non in tutte le annate, la Gran Riserva “Graf Noir”.
 La filosofia che anima l’azienda è di estremo rigore: i vini qui prodotti sono il risultato del severo lavoro in vigna prima e in cantina poi, l’espressione più pura del nostro terroir di Massa di Vecchiazzano sulle colline della Romagna Centrale.
 Dalla tenuta si producono anche due grappe invecchiate e un olio extra-vergine.
 Un accenno meritano i particolari nomi dei vini: tutti sono stati battezzati con i nomi dei cavalli del piccolo allevamento scuderia di famiglia.

LA MEMORIA
Riserva Palazza è la nostra Riserva Storica, è la riedizione dello storico sangiovese prodotto dal 1959 al 1979 e ritornato a nuova vita con la vendemmia 2009. Questa Riserva ripercorre la tradizione fatta di delicati uvaggi e lunghi affinamenti in botti grandi.
 UVE: 90% Sangiovese, 2% Ancellotta, 8% Cabernet Sauvignon.
 TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con vena calcarea ad 1,5 mt. di profondità e percentuale di sabbia.
 VIGNETI: In comune di Forlì nella sottozona Doc Predappio a .ca 155 mt slm.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 76 q.li, 49,5 hl.
 DENSITÀ DI IMPIANTO: 5500 V/Ha.
 VENDEMMIA: a mano in cassette, 1°-2° decade di settembre. Selezionando le uve migliori.

VINIFICAZIONE: la fermentazione viene effettuata in vasche di cemento armato a temperatura controllata. Fermentazione malo-lattica in acciaio inox.
 AFFINAMENTO: in tradizionali grandi botti di rovere da 25 Hl. e 15 Hl. per almeno 24 mesi. Dopo l’imbottigliamento è affinato in bottiglia a completamento della maturazione.
 CAPACITÀ DI INVECCHIAMENTO IN BOTTIGLIA: dai 12 anni ed oltre.
 FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt.
L’ANIMA
“Notturno” è, per dirlo alla francese, il ‘vino cadetto’ dell’azienda. Nasce al momento delle selezioni vendemmiali prima e di cantina poi, durante l’affinamento delle singole parcelle prima dell’assemblaggio per l’invecchiamento finale delle Riserve. Le uve dei vigneti più giovani sono usualmente predominanti nel blend di sangiovesi che lo compongono.
 UVE: 100% Sangiovese.
 TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con 10-13% di sabbia.
 VIGNETI: comune di Forlì nella sottozona Doc Predappio a ca. 155 mt slm.
 DENSITÀ DI IMPIANTO: da 3600 a 5500 v/Ha.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 82 q.li, 61hl.
 VENDEMMIA: manuale in cassette nella 2° -3° decade di settembre.
 VINIFICAZIONE: fermentazione tradizionale in vasche di cemento e di acciaio inox a temperatura controllata. Fermentazione malo-lattica in vasche di acciaio prima dell’affinamento.
 AFFINAMENTO: in fusti di rovere francese da 500 lt. principalmente di secondo passaggio, per circa 8 mesi.
 CAPACITÀ DI INVECCHIAMENTO IN BOTTIGLIA: 5 anni e oltre.
 FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt., 0,375 lt.
IL CUORE
Pruno è il nostro Cru di sangiovese, il “primo vino” della tenuta. Nasce dalle selezioni delle uve di un singolo vigneto nella tenuta di proprietà. Viene imbottigliato non filtrato per esprimere al massimo la grande potenzialità del nostro terroir di Predappio.

UVE: 100% Sangiovese.
 TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con vena calcarea ad 1 mt. di profondità e percentuale di sabbia.
 VIGNETI: 3,2 Ha. In comune di Forlì nella sottozona Doc Predappio a ca. 155 mt slm.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 62 q.li, 40 hl.
 VENDEMMIA: 1° – 2° decade di settembre.
 VINIFICAZIONE: fermentazione in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Fermentazione malo-lattica svolta completamente in acciaio inox. Imbottigliato non filtrato.
 AFFINAMENTO: interamente affinato in tonneaux e barriques di rovere francese di capacità 500 lt. e 225 lt. per un periodo di circa 18 mesi. Dopo l’imbottigliamento è affinato per altri 12 mesi.
 CAPACITÀ DI INVECCHIAMENTO IN BOTTIGLIA: 15 anni e più.
 FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt., 3 lt., 6 lt.

LA SFIDA
Magnificat è un “Single Vineyard” da uve 100% Cabernet Sauvignon. Matura a lungo in piccoli legni francesi e viene imbottigliato non filtrato. È stato il vino simbolo della svolta produttiva della tenuta Drei Donà ed ancora oggi un grande traduttore internazionale del nostro terroir.
UVE: 100% Cabernet Sauvignon.
 TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con vena calcarea ad 1 mt. di profondità. Con buona percentuale di sabbia.
 VIGNETI: ha. 2,90 in comune di Forlì nella sottozona Doc Predappio a ca. 155mt slm.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 58 q.li, 36 hl.
 DENSITÀ DI IMPIANTO: 5500 v/Ha.
 VENDEMMIA: a mano in cassette con selezione delle uve, circa nella 2° decade di settembre.

VINIFICAZIONE: fermentazione in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Fermentazione malo-lattica in acciaio inox. Imbottigliato non filtrato.
 AFFINAMENTO: in barriques di Allier e Tronçais di capacità 225 lt.. per un periodo di circa 20 mesi. Dopo l’imbottigliamento è affinato per altri 12 mesi.
CAPACITÀ DI INVECCHIAMENTO IN BOTTIGLIA: 20 anni e oltre.
 FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt., 3 lt., 6 lt.
LA GRAN RISERVA DI FAMIGLIA
Graf Noir è uno stallone tedesco, nero,enorme, potente. Ti guarda dritto negli occhi e non ha paura di niente.
 UVE: 55% Sangiovese, 30% Uva Longanesi, 15% Cabernet Franc.
 TERRENO: medio impasto argillosolimoso con vena calcarea ad 1 mt. di profondità.
 VIGNETI: ha. 0,85.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 47 q.li, 29 hl.
 VENDEMMIA: 2°-3° decade di settembre.
 VINIFICAZIONE: La fermentazione viene effettuata in vasche di acciaio inox per un periodo variabile tra i 18 ed i 25 giorni ad una temperatura
controllata tra 28° e 30° con rimontaggi giornalieri. Fermentazione malo-lattica in acciaio inox.
 AFFINAMENTO: Il Graf Noir viene interamente affinato in barriques di legno di Allier e Tronçais di capacità 225 lt. di cui almeno il
70% nuove per un periodo, variabile a seconda delle annate, di almeno 30 mesi. Dopo l’imbottigliamento è affinato per altri 30 mesi minimo a completamento della maturazione.

L’ECCEZIONE
Dall’inusuale incontro di Chardonnay & Riesling Renano dei nostri vigneti di proprietà, nasce il bianco di casa Drei Donà, espressione ed eccezione bianca di un terroir di grandi rossi.

UVE: 50% Riesling Renano, 50% Chardonnay.

TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con vena calcarea ad 1 mt. di profondità.
 VIGNETI: in comune di Forlì nella sottozona doc Predappio a ca. 155 mt slm.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 90 q.li, 60 hl.
 VENDEMMIA: a mano in piccole cassette la 3° decade di agosto.
 VINIFICAZIONE: dopo 12-18 ore di macerazione a freddo a contatto con le bucce,il Riesling Renano e lo Chardonnay vengono vinificati separatamente in acciaio inox a temperatura controllata . Solo il 15% dello chardonnay fermenta in tonneaux (500lt.) di legno francese , per circa 30-40 giorni ad una temperatura controllata. Fermentazione malo-lattica parziale.
AFFINAMENTO: sulle sue fecce nobili per un periodo di circa 4-5 mesi,sia nei tonneaux che nelle vasche d’acciaio. Dopo la creazione della cuvée viene lasciato riposare in acciaio per un mese. È poi affinato per almeno 3 mesi in bottiglia.
CAPACITÀ DI INVECCHIAMENTO IN BOTTIGLIA: 4 / 5 anni.
 FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt.

DIVERTISSEMENT
Extra Brut – Metodo Classico.
Tutta la finezza ed eleganza dello Chardonnay, associati ad una elegante vinosità, caratterizzano questo Blanc de Blancs. È il primo metodo classico nato in Romagna.
 UVE: 100% Chardonnay.
 TERRENO: medio impasto argilloso-limoso con vena calcarea ad 1 mt. di profondità.
 VIGNETI: in comune di Forlì nella sottozona doc Predappio a ca. 155 mt slm.
 RESA MEDIA PER ETTARO: 88 q.li, 57 hl.
 VENDEMMIA: a mano in piccole cassette la 1° e 2° decade di agosto.
 VINIFICAZIONE: prima fermentazione in tini di acciaio inox a temperatura controllata, dopodichè il vino viene aggiunto di “liqueur de tirage” ed imbottigliato per la presa di spuma naturale in bottiglia. Dopo lungo periodo di affinamento si procede al remouage ed all’imbottigliamento con dosaggio della nostra esclusiva “Liqueur d’expedition” a base di vecchie annate del nostro Chardonnay “Il Tornese”.

PERMANENZA SUI LIEVITI: più di 24 mesi.

FORMATI: 0,75 lt., 1,5 lt.

VILLA VENTI

AZIENDA E VOCAZIONE

Villa Venti è un'azienda vitivinicola biologica al centro di una terra d'antica vocazione. Alla fine del XV secolo i veneziani dominano le terre vicine e mantengono legami con Roncofreddo ei suoi territori. Le navi della Serenissima partono
da Cesenatico con carichi di olio e vino rosso, del quale, in laguna "v'era gran spaccio".  Il mare abbandona con le sue rotte commerciali Villa Venti e i sui vigneti, ma non dimentica di portare con le brezze, profumi salini e sentori pungenti di iodio.
In questo contesto sarete accolti con attenzione alla qualità del vivere.

BIO
Non solo produzioni agricole "bio", ma una filosofia che impara dalla natura, cogliendo la sapienza di autoprotezione che hanno le specie vegetali, bisognose di cure semplici. Pochi tratti essenziali per una terra che parla un dialetto brusco e ripido come i suoi pendii.
Nel segno di un tempo circolare, tre generazioni e tre famiglie -Castellucci, Riva e Giardini- si sono ritrovate in un angolo stretto e dolce delle colline oltre il Rubicone,  affacciate sul piano e in vista del mare.
I ritmi antichi si mescolano con le modernità, senza rinunciare alle stagioni, alle lune e alle stelle.
Villa Venti è un segno nella cultura territoriale romagnola, dove un bicchiere di vino, e'bè, diventa subito convivialità.
A Villa venti si vive a diretto contatto con un ambiente famigliare, dove lavori e valori sono contrassegni del tempo.

SERENARO
FORLI' BIANCO IGT
UVE: Famoso di Cesena
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 -1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: guyot
RACCOLTA:  manuale
VINIFICAZIONE: in recipienti d’acciaio a temperatura controllata e in assenza di ossigeno, macerazione sulle bucce di 3 giorni.
MATURAZIONE: in recipienti d’acciaio e bottiglia

PRIMOSEGNO
SANGIOVESE di ROMAGNA
DOC SUPERIORE
Gambeo Rosso 2011 Gambero Rosso 2012
Prodotto classico, ottenuto da 4 biotipi di Sangiovese a grappolo spargolo messi a dimora secondo le tipologie delle argille.
UVE: Sangiovese 100%
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 -1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA:  manuale
VINIFICAZIONE: in recipienti d’acciaio a temperatura controllata
MATURAZIONE: in recipienti d’acciaio e bottiglia

VINO ROSSO
 Vino biologico ottenuto da una fermentazione in anfora georgiana da uve Centesimino.
 UVE: Centesimino 100%
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 -1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA:  manuale, prima settimana di Ottobre
VINIFICAZIONE: in anfora georgiana
MATURAZIONE: in anfora georgiana per almeno 6 mesi

FELIS LEO
COLLI ROMAGNA CENTRALE
D.O.C. ROSSO
Da uve autoctone di Centesimino in uvaggio con Cabernet Franc e Merlot, un vino innovativo che non dimentica le tradizioni.
UVE: da uve autoctone di Centesimino in uvaggio con Cabernet Franc e Merlot
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 - 1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA:  manuale
VINIFICAZIONE: in recipienti d’acciaio a temperatura controllata
MATURAZIONE: in recipienti d’acciaio e barrique francesi


MAGGESE
Prodotto classico, ottenuto da 2 biotipi di Sangiovese a grappolo spargolo messi a dimora su argille rosse evolute.
UVE: Sangiovese 100%
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 -1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA:  manuale
VINIFICAZIONE: in recipienti d’acciaio a temperatura controllata
MATURAZIONE: 12 mesi in tonneau francesi, 12 mesi in bottiglia

RISERVA
Gambero Rosso 2013 Slow Wine 2013
 Prodotto classico, ottenuto da 2 biotipi di Sangiovese a grappolo spargolo messi a dimora su argille rosse evolute.
UVE: Sangiovese 100%
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 -1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA:  manuale
VINIFICAZIONE: in recipienti d’acciaio a temperatura controllata
MATURAZIONE: 12 mesi in tonneau francesi, 12 mesi in bottiglia

NANÌ
 Una vinificazione di vendemmia tardiva con uve autoctone di Centesimino. Vinificato ed affinato in barrique per 12 mesi.
UVE: Centesimino
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 - 1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: alberello
RACCOLTA: manuale e appassimento fino ad una concentrazione di zuccheri di 300 mg/lt.
VINIFICAZIONE: in barrique francese
MATURAZIONE: 12 mesi in barrique francesi, 12 mesi bottiglia

APEYRON
VINO DA UVE STRAMATURE
- Vino biologico -
Ottenuto da una madre con metodo Solera Anno 1°.
Uve Famoso in appassimento.
 UVE: Famoso
TERRENI: franchi con sabbie del messiniano e argille rosse evolute tipiche del territorio
PRODUZIONE: Kg. 0.8 - 1 per pianta
CEPPI PER ETTARO: 5.300 Piante
SISTEMA DI ALLEVAMENTO: guyot
RACCOLTA: manuale e appassimento fino ad una concentrazione di zuccheri di 300 mg/lt.
VINIFICAZIONE: anfora georgiana con madre acetica
MATURAZIONE: anfora georgiana e bottiglia

AZIENDA AGRICOLA STEFANO EBRTI

L’attuale Azienda Agricola Stefano Berti nasce nel 1963 quando i miei genitori acquistano accorpandoli due poderi a Ravaldino in Monte nelle colline vicino a Forlì, di circa 12 ettari.
Nel 1968 vengono piantati 2 ettari di Sangiovese, di cui uno attualmente è ancora in produzione e che rimarranno gli unici fino al 1985. Io entro nella conduzione dell’azienda dal 1982 con in mano un titolo di studio da perito agrario e non molte idee su come condurre i terreni, che per la quasi totalità sono seminativi. A metà degli anni ottanta grazie ad un piano di sviluppo regionale vengono fatti i primi investimenti che danno all’azienda un indirizzo viticolo- frutticolo. Viene piantata altra vigna con Trebbiano, Chardonnay e Pagadebit visto che la Cantina Sociale a cui si conferisce la quasi totalità dell’uva scommette, con ben poca lungimiranza, sul futuro del vino bianco romagnolo. Intanto nel 1986 mi sposo con Renata e si inizia a pensare di aumentare la quantità di Sangiovese che viene vinificato in proprio per essere venduto sfuso in azienda. Nella prima metà degli anni novanta viene piantata altra vigna, ancora Trebbiano, e si aumenta ancora il quantitativo di Sangiovese prodotto in proprio . Nel frattempo la frutticoltura entra in crisi e si estirpano peschi e ciliegi per lasciare posto ad altra vigna, questa volta Sangiovese, e si innestano le più recenti vigne di Trebbiano sostituendole con altro Sangiovese e un po’ di Cabernet Sauvignon. Nel 1997 a gennaio nasce Clara e l’azienda punta decisamente verso la viticoltura ma non ancora verso una produzione di vino di qualità anche se si intuiscono le potenzialità dell’uva e del vino prodotti. I redditi però cominciano a scendere, la crisi dell’agricoltura non è più un fatto episodico ma strutturale e si capisce che occorre una nuova idea per poter andare avanti. La soluzione arriva FAN_8463bis  quando leggiamo, su una rivista non di settore, la storia di Michele Satta, un vignaiolo di Castagneto Carducci, che da Varese si era trasferito in quella zona famosa in tutto il mondo per il Sassicaia ed era diventato uno dei più bravi produttori della zona, allora gli telefoniamo per incontrarlo e per chiedergli di sé e della sua avventura nella speranza ingenua che la cosa fosse ripetibile anche a Ravaldino in Monte. Michele si rende disponibile diventiamo amici e viene in Romagna diverse volte, porta con sé anche l’enologo Attilio Pagli e insieme si progetta per la vendemmia del 2000 la produzione di due vini DOC, il Calisto selezione delle uve migliori affinato in legno e il Ravaldo II° vino. Da allora la produzione è sempre aumentata per arrivare nel 2004 a circa 30.000 bottiglie. Sicuramente il lavoro da fare è ancora tanto e le difficoltà non mancano ma per fortuna la natura non ti finisce mai di stupire regalando sempre delle novità e dei cambiamenti per cui i vini sono ogni anno diversi ma sempre veri, frutto del lavoro e della passione della nostra famiglia.

Sangiovese di Romagna Superiore DOC Riserva CALISTO

‘E una selezione, fatta al momento della raccolta, delle migliori uve Sangiovese presenti in azienda, con l’aggiunta di un 10% di Cabernet Sauvignon, vinificate a parte proprio per ottenere questo vino.
L’uva viene vendemmiata a mano nella prima decade di ottobre e messa a fermentare in vasche di acciaio senza aggiunta di lieviti selezionati a 28° per tre settimane.
Alla svinatura viene subito messo in barriques francesi di Allier nuove e di II° passaggio dove si svolge la fermentazione malolattica senza inoculo di batteri e dove rimane per 12 mesi.
Sangiovese di Romagna Sup.DOC RAVALDO
Ottenuto da uve Sangiovese raccolte manualmente alla fine di settembre in vigneti di età che va dai 7 ai 16 anni. La produzione , già modesta per un’opportuna potatura invernale, viene ulteriormente diminuita nel mese di agosto con un diradamento manuale per migliorare la qualità. La fermentazione è stata fatta in vasche di acciaio, senza aggiunta di lieviti selezionati, a una temperatura di circa 28° per 16 giorni. Subito dopo si è svolta la fermentazione malolattica, sempre in vasche d’acciaio, senza inoculo di batteri.

Romagna DOC Sangiovese Predappio Bartimeo .
Ottenuto da uve Sangiovese di vigneti giovani, dai 4 ai 6 anni, raccolte a mano nella seconda metà di settembre. Viene fatta una diraspa pigiatura classica, e una fermentazione alcolica in vasche di acciaio inox ad una temperatura di circa 28° per una decina di giorni. La fermentazione malolattica avviene sempre in vasche di acciaio dove, dopo un travaso, il vino rimane per un periodo di affinamento di 5 mesi.

TENUTA VALLI
Dal 1859, grandi vini in Romagna
Tenuta Valli nasce nel 1960  dall'unione della proprietà Agricola 'La Tenuta', con lo storico marchio 'Valli Vini', che dal 1859  si è distinto per la produzione di vini di qualità. Le coltivazioni seguono le pratiche del biologico, nel rispetto dei prodotti tipici locali e della biodiversità: frumento, erba medica, pascoli per l'allevamento del bestiame di razza Romagnola e 30 ettari di vigneti specializzati.
Da qui nasce l'uva che sarà poi trasformata in vino, nel massimo rispetto dei metodi
naturali di vinificazione per mantenere intatte le identità e peculiarità dei vari vitigni.

IL TERRITORIO
Nel cuore collinare del Forlivese, ben noto per la vocazione vinicola, si colloca La Tenuta Valli, in località  Ravaldino in Monte. L'Azienda, guidata dalla famiglia Polgrossi, si estende per oltre 250 ettari, ad una altitudine di 250 m  s.l.m. Una posizione privilegiata sui dolci pendii che sovrastano il territorio di Predappio,  ai piedi della imponente Rocca delle Caminate.
L'esposizione al sole e le forti escursioni termiche, per la vicinanza del mare, conferiscono a questi terreni, argillosi e calcarei, un particolare microclima che è  ideale per la coltivazione della vite.

IL BIOLOGICO
Le coltivazioni seguono le pratiche del biologico, nel rispetto dei prodotti tipici locali e della biodiversità: grano, erba medica, pascoli per l'allevamento del bestiame di pura razza Romagnola, circa 400 capi e 30 ettari di vigneti specializzati.
Grazie ai terreni fertili e vocati, i vitigni autoctoni, Sangiovese, Albana, Trebbiano, Terrano, Longanesi e i vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon e Chardonnay, esprimono al meglio le loro caratteristiche.

LA TRADIZIONE
La famiglia Polgrossi ha raccolto un patrimonio di tradizioni e saperi, tramandato di generazione in generazione.  Con grande passione ha saputo affiancare le antiche modalità di produzione, ad una tecnica vitivinicola moderna e razionale.

Un percorso di innovazione continua, cui l'attuale generazione della Famiglia sta orientando tutte le energie.  Una costante ricerca tesa alla valorizzazione della qualità ed identità dei vini.